PESARO – Nella notte tra il 23 e 24 ottobre durante l’insurrezione popolare contro il regime comunista i carri armati sovietici entrarono la prima volta a Budapest. Nello stesso giorno, settanta anni dopo  al Centro Sociale 900 è stato presentato il libro di Giorgio Tornati, già sindaco di Pesaro e senatore, dal titolo Compagni scusateci, che racconta gli avvenimenti del 56 a Budapest con la repressione sovietica e in particolare la reazione del Partito  Comunista di Pesaro che inviò una delegazione a Roma per manifestare il proprio dissenso all’intervento sovietico e alla posizione ufficiale del PCI, che approvò l’invasione sovietica dell’Ungheria ma con tensioni  interne e spinte autonomiste.

Il 1956 fu uno spartiacque per il movimento comunista internazionale, e il Partito Comunista Italiano (PCI) — il più grande partito comunista dell’Occidente — si trovò al centro di tensioni tra fedeltà a Mosca e spinte riformatrici.

La direzione nazionale del PCI, guidata da Palmiro Togliatti, approvò incondizionatamente l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.

Questa posizione si collocava nel contesto del XX Congresso del PCUS e della destalinizzazione avviata da Krusciov, eventi che ebbero un impatto significativo sulle relazioni tra la sinistra italiana e l’URSS.

Togliatti sviluppò in questo periodo la teoria del policentrismo, che riconosceva l’autonomia dei partiti nazionali pur mantenendo l’unità del movimento comunista.

Nonostante la linea ufficiale, emersero significative differenze nelle reazioni alla base del partito come quelle di Pesaro e Gorizia, che assunse una posizione critica verso l’intervento sovietico in Ungheria, andando direttamente contro la linea del partito nazionale e costituendo l’unica federazione in Italia a farlo.

L’approvazione del 1956 in Ungheria contrastò nettamente con la successiva disapprovazione del PCI per l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968, segnando una svolta storica . Sotto la guida di Enrico Berlinguer negli anni Settanta, il PCI sviluppò la prospettiva di una via italiana al socialismo nell’ambito della democrazia parlamentare, mantenendo però l’idea di «unità nella diversità» ereditata da Togliatti . Le radici dell’amicizia tra PCI e Partito Comunista Italiano, guidato da Palmiro Togliatti, approvò incondizionatamente l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.

Togliatti non si spinse a contestare l’intervento di Mosca, pur avendo avviato una riflessione critica sulle degenerazioni del sistema sovietico .

Il periodo 1948–56 fu caratterizzato dalla Guerra Fredda più profonda, quando la subordinazione del PCI ai sovietici non fu mai messa seriamente in discussione.

La mancata condanna del 1956 contrasta nettamente con la successiva evoluzione del partito. Entro il 1964, con il Memorandum di Yalta, Togliatti avviò il PCI verso una filosofia autonoma di riformismo democratico.

Nel 1968 il PCI denunciò frontalmente l’azione sovietica in Cecoslovacchia pur evitando la rottura con Mosca.

Con Berlinguer il PCI  promosse una via italiana al Socialismo nell’ambito della democrazia parlamentare.

L’invasione del Patto di Varsavia della Cecoslovacchia nell’agosto 1968 provocò una svolta storica nella posizione del Partito Comunista Italiano, che per la prima volta espresse dissenso aperto verso un intervento militare sovietico.

Il PCI definì l’operazione con «grande dissenso» e «riprovazione», segnando una rottura rispetto all’approvazione che aveva dato all’invasione dell’Ungheria nel 1956.

Ne hanno discusso Giorgio Tornati, autore del libro, insieme a Oriano Giovannelli, già  sindaco di Pesaro e deputato insieme a Marco Savelli, noto intellettuale pesarese, insieme  ad una platea numerosa ed attenta.

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