Nel volume si parla di crisi del sistema educativo e si propongono soluzioni

Di MASSIMO CORTESE

ANCONA – Presso la Libreria della Casa Editrice “Affinità Elettive”, è stato presentato il libro “In trincea” del professor Nicola Campagnoli. Erano presenti le professoresse Alessia Del Prete, che ha svolto la funzione di moderatrice, Luigia Romagnoli e Alessandra Filippetti, oltre a una nutrita rappresentanza di colleghi, ex colleghi ed ex alunni.

La gran parte degli intervenuti proviene dal Liceo Classico “Carlo Rinaldini” di Ancona, che è la scuola dove insegna Campagnoli, a dimostrazione della stima e del seguito di cui gode Nicola nel pubblico degli adulti e in quello degli alunni. La presentazione si è allora trasformata in un dibattito serrato, nel corso del quale è passata in rassegna la situazione in cui vive oggi l’istituzione scolastica, con luci ed ombre. Anzi, con poche luci e molte ombre, a giudicare dal grido di dolore sintetizzato dal titolo provocatorio del libro, come peraltro Campagnoli ci ha sempre abituato. Ma, accanto alle luci e alle ombre, non è mancata la speranza in un futuro migliore per la nostra scuola, che da sempre rientra nel DNA di Campagnoli e che, a quanto pare, è contagiosa. Di seguito, vengono riportate le osservazioni più significative che hanno caratterizzato l’evento, a dimostrazione che, anche nell’ esame dell’attuale crisi del sistema educativo, non manca l’entusiasmo di chi crede nella professione di educatore.

Professoressa Alessia Del Prete: Il titolo del libro fa pensare ad una combattività, a una sorta di corpo a corpo tipico di una guerra. Cercheremo di scoprire in che cosa consiste questa combattività. Abbiamo con noi la professoressa Luigia Romagnoli, che è stata Preside al Liceo Rinaldini nell’anno scolastico appena trascorso, dove ha portato un clima positivo e sereno, e la collega Alessandra Filippetti, docente di latino e greco, oltre ad essere stata per tanti anni vicepreside nella nostra  ed anche in altre scuole.

Il professor Nicola Campagnoli è docente di materie letterarie al Rinaldini, ha una esperienza di insegnamento pluridecennale, ha una corposa produzione letteraria, di poesie, racconti e prosa, è impegnato nel sociale ed è uno dei fondatori del Centro di aiuto allo studio di Ancona, dove gratuitamente i ragazzi in difficoltà vengono aiutati nello studio da alcuni volontari. La sua è una scrittura diretta, non nel senso che è improvvisata, in quanto proveniente da una persona che è implicata con quello che dice. Nel libro di Nicola si affrontano tanti aspetti, non solo sui ragazzi, in quanto non manca mai uno sguardo sul mondo adulto, sugli educatori, sugli insegnanti: tuttavia nel libro sono rimasta colpita da una strana malattia che alberga tra gli insegnanti, la presbiopia, nel senso che essi vedono bene le cose da lontano ma non si accorgono di quanto accade da vicino. Riscontrate anche voi questa cosa?

Professoressa Luigia Romagnoli: A proposito della presbiopia, c’è la tendenza degli insegnanti ad assumere diversi punti di vista. Essi, fin dal momento in cui intraprendono la professione di insegnante, fanno una scelta: quelli che si coinvolgono e vogliono investire la propria persona nell’ascoltare i ragazzi, e coloro che si avvalgono del rispetto assoluto delle istruzioni e delle griglie di valutazione in cui si sostanzia il loro lavoro. Sono scelte che si fanno: non è detto che l’una sia più efficace dell’altra.

Professoressa Alessandra Filippetti: Fin da quando ho iniziato questa strada, ho sempre pensato di dover guardare i ragazzi. Quando andavo a scuola io, c’era la tendenza negli insegnanti di categorizzare i ragazzi: c’è il ragazzo intelligente, quello che non si impegna, quello che potrebbe fare di più. I ragazzi non sono tutti uguali, non sono inscatolabili in determinate categorie. Sono convinta che la capacità di guardare un ragazzo è un dono che il docente deve avere, perché così possiamo adattare meglio a lui il percorso didattico. Alla luce degli ultimi avvenimenti, ci domandiamo: Come mai i ragazzi reagiscono a questo modo? Io confesso che mi sento inorridita per aver ascoltato certi commenti: per ogni ragazzo che sta male, bisognerebbe indagare sulle ragioni di tanta sofferenza.

Professoressa Alessia Del Prete: Chiediamo che cosa ne pensa il professor Nicola Campagnoli.

Professor Nicola Campagnoli: Ringrazio le persone intervenute, le professoresse e in particolare Valentina Conti, sempre disponibile a pubblicare le mie avventure letterarie sulla scuola. A proposito della presbiopia di noi insegnanti, che colpisce anche me, mi viene in mente una riflessione: Noi ci appassioniamo a commentare tutto su instagram, facebook, e poi quando siamo nei Consigli di classe e in classe non ci accorgiamo delle ingiustizie che abbiamo di fronte. Come è possibile che noi facciamo del nostro meglio per esprimere le nostre opinioni praticamente su tutto, ma poi ci perdiamo nel quotidiano, che non è mai banale. Se può nascere una ripresa, una speranza, non può che nascere da quell’attimo del quotidiano che sembra così banale. Nel libro parlo del caso di una ragazza che ha dei problemi alla vista: siccome la famiglia non vuole certificare questo problema, in assenza delle necessaria certificazione medica, il consiglio di classe si rifiuta di affrontare la questione, in quanto senza certificazione non si può fare nulla. Che facciamo? Ignoriamo il problema di questa ragazza?

O cominciamo ad affrontarlo? La questione non è banale. Ci sono moltissimi casi, che una mia amica neuropsichiatra ha chiamato INGOVERNABILI, in cui né la famiglia, né la scuola e neppure gli esperti sanno che cosa fare. Secondo me, siamo di fronte a quei casi che mettono in evidenza certe questioni fondamentali a noi adulti. Di fronte a certe problematiche, che pongono delle provocazioni fondamentali a noi adulti, insegnanti e genitori, che cosa possiamo fare? Come posso stare di fronte al disagio di mio figlio, se sono genitore, o di fronte al mio alunno, se sono educatore? Stare di fronte significa rimboccarsi le maniche e cercare di trovare una soluzione. Perchè l’insegnante, come diceva prima Luigia, o si preoccupa del rispetto delle procedure oppure decide di occuparsi del problema, incominciando dall’esame di quanto sta accadendo, per poi cercare di trovare una soluzione, pur ammettendo che non è ne padre né madre e neppure psicologo. Trovare una strada, cercare di stare dentro ai problemi, questa è la sua missione.

Come faccio a stare di fronte a questo ingovernabile senza esserne risucchiato? Tutto questo dipende dalla magnanimità del professore, dell’adulto. Sei una Presenza oppure sei Invisibile? Per molti aspetti, il mondo della scuola è molto vicino a quello della sanità. Tu puoi agire nel solo rispetto delle procedure, senza esserne coinvolto, oppure, pur seguendo le procedure, ti preoccupi del benessere del paziente, essendo stato toccato da lui.

Professoressa Alessia Del Prete: Ma che vuol dire insegnare? Che cosa si può fare di fronte a questo malessere, a questa assenza di senso che spesso vediamo serpeggiare nei ragazzi, ma anche tante volte persino in noi?

Professoressa Luigia Romagnoli: La condizione dei ragazzi di oggi è ben diversa da quella nella quale sono vissute le persone della mia generazione. Noi siamo cresciuti all’interno anche grazie alla presenza di alcune agenzie educative che c’erano, io penso agli oratori, mentre oggi il ragazzo cresce esteriormente, nutrendosi di like, delle foto, delle immagini, eccetera. Non possiamo dare a questi ragazzi le competenze che erano valide per noi, in quanto siamo diversi. Si dice che i ragazzi di oggi si annoiano, ma anche noi ci annoiavamo. Il problema è di come si reagisce ad affrontare la noia. Alla noia noi reagivamo uscendo con gli amici, confrontandoci con i nostri coetanei, attualmente ci si confronta con un cellulare, la chatgpt. Insegnare significa innanzitutto far scoprire ai ragazzi la socializzazione, la scuola deve sostituirsi alle agenzie educative che non ci sono più e così facendo deve aiutare i ragazzi a confrontarsi tra loro, perché tanti fenomeni, come il bullismo o il cyberbullismo non esisterebbero e comunque sarebbero meno acuti se i ragazzi si abituassero a confrontarsi e a crescere. Bisogna aiutare i ragazzi a confrontarsi, in quanto oggi essi sono poco organizzati. Il metodo di studio che valeva per noi non può valere per i ragazzi di oggi. Essi devono viaggiare, imparare ad andare all’estero, devono cominciare a pensare al loro futuro: oggi i ragazzi ne hanno paura, vivono male il presente e non c’è nessuno che li faccia riflettere sull’importanza del passato. Come scuola, dobbiamo riconsolidare certi concetti. Una volta si insegnava in un certo modo: oggi la situazione è profondamente diversa.

Professor Nicola Campagnoli: L’importante è porsi delle domande.

Professoressa Alessandra Filippetti: I ragazzi hanno paura del futuro, non si conoscono, bisogna far comprendere loro che ciascuno ha dentro di sé qualcosa di positivo, una inclinazione nascosta che magari ignorano di possedere. Se noi riusciamo a far venire fuori queste doti, a dimostrazione che al di là di tutto hanno delle capacità che non sospettavano di avere, si può far capire loro che coltivare la logica e allenare il cervello, usando le strategie più diverse, porta loro a conoscersi e a sapere che cosa potranno fare. Uno dei grossi problemi che ha la scuola italiana è l’orientamento, a cominciare da quel campo minato costituito tra la secondaria di primo grado e quella di secondo grado, come pure la scelta dell’università dopo la maturità. Quanti ragazzi ho visto, dopo il primo anno di università, cambiare facoltà o prendere un’altra strada. Non possiamo più usare i modelli nostri, di quando noi avevamo la loro età, perché essi sono completamente diversi da noi. Secondo me se riusciamo a far comprendere loro quali capacità hanno, perché molto spesso si sottostimano tanto, siamo nella strada giusta. Certo, ci sono ragazzi che rifiutano di aprirsi, che non accettano questo tipo di intrusione da parte dell’adulto, però io credo che questa sia una strada da portare avanti. Che ne pensi Nicola?

Nicola Campagnoli: Secondo me, l’insegnamento presuppone questo: un ragazzo, quando entra in classe, deve avere di fronte una persona interessante, che non vuol dire essere un supereroe, che abbia una risposta per tutto, ma una persona che nella sua vita si è lasciata toccare dalla realtà che accade nella sua famiglia, nel mondo e dappertutto. Deve trattarsi di una persona provocata dalla realtà, di una persona appassionata alla vita. Che vuol dire interessante? Interessante vuol dire che ciascuno di noi è nato sulle spalle dei Giganti, perché noi veniamo avanti da una tradizione, che è tutto il sapere umano, di scienza, di letteratura.

Ci siamo arrivati dopo secoli di vita, un patrimonio immenso. Un ragazzo avverte subito se ha di fronte una persona interessante. L’insegnante è portatore di una tradizione, di un sapere che deve dare, ma questa tradizione implica anche l’autorevolezza. L’insegnante deve essere autorevole, come anche il genitore. Che importa tutto questo? Portare la tradizione equivale a dire tutto quello che il docente ha imparato? No, la tradizione rinasce nuova sulla tua pelle, il ragazzo la rivive con te.  Se tu insegni Manzoni, se tu insegni i Promessi Sposi, tu hai fatto i conti con l’ingiustizia della vita, dal momento che Renzo e Lucia non possono sposarsi a causa di un criminale. Queste cose avvengono anche ai giorni nostri.

Professoressa Luigia Romagnoli: La scuola può aiutare? Pensiamo all’istituzione che è e a quella che la potremmo far diventare. Noi sappiamo dalla vulgata che la scuola è una istituzione. A noi piace osservare i ragazzi anche fuori dalla pratica scolastica, abbiamo creato per i ragazzi dei club, ognuno si iscrive al club per il quale ha delle inclinazioni. Perché i ragazzi debbono trovare nella scuola non dico una casa, ma un riferimento. Dobbiamo confezionare loro un percorso.

Professoressa Alessandra Filippetti: Vi confesso che insegnare al tempo del Covid è stata una cosa difficilissima, quando siamo tornati in presenza i miei studenti erano felici di tornare a scuola. Se me lo avessero detto quando io avevo la loro età, avrei detto “ma questi qui sono da ricovero”.

Professor Nicola Campagnoli: In un libretto di Edgar Morin ho letto che uno dei primi ostacoli è proprio la paura di comprendere perchè la comprensione comprende sempre un perdonare. Questa è una cosa fantastica, perché è vera per noi adulti e per i ragazzi. Quando un ragazzo comincia a comprendere? Quando prende atto che quello che apprende a scuola non gli è estraneo, non deve averne paura .

Dice Morin che uno non vuole comprendere, perché ha paura di lasciare l’atteggiamento di condanna: la condanna dei ragazzi verso gli adulti, la condanna degli adulti verso i ragazzi. La condanna dei ragazzi che dicono “la scuola non fa per me”, e la condanna degli adulti che dicono “tu non capisci niente”. Nelle mie avventure letterarie, che sono vissute e romanzate da me, c’è la possibilità di scalfire questa autodifesa, questa autogiustificazione. Bisogna cominciare a far capire ai ragazzi che si può vivere con i propri limiti, quindi si può entrare anche nei limiti dell’altro, che non solo non è loro estraneo, non è qualcuno da cui aver paura, ma qualcuno che ti arricchisce. Prendiamo la figura di Charlie Chaplin, lui è un barbone, un carcerato, ma è uno che ti fa riflettere. Per avere questa empatia, è fondamentale l’opera dei dirigenti scolastici. Ci sono dei dirigenti scolastici diabolici, che debbono dividere per comandare, mentre basterebbe ascoltare i ragazzi per riportare un clima di serenità.

Pubblico: Perché avete scelto il titolo del Libro “In trincea”? La trincea fa pensare di essere in guerra. Siamo in guerra?

Professor Nicola Campagnoli: Il titolo è sempre una provocazione, basti pensare a quello del libro precedente “Tre mesi di vacanza e il posto fisso”. Il titolo è una metafora della situazione che si vive a scuola. Se fino a una decina di anni fa i casi problematici erano 2 o 3 per classe, oggi il disagio in ogni classe è del 50-60%.

Commovente incontro.

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