Di GIOSETTA GUERRA

ANCONA – L’allestimento de “L’elisir d’amore” andato in scena al Teatro delle Muse Franco Corelli di Ancona, è stato una nuova produzione della Fondazione Teatro delle Muse.

Curato da Giuseppe Dipasquale per  regia, scene e luci, l’opera è stata trasposta negli Stati Uniti degli anni 50 in una fattoria americana dall’atmosfera country.

I costumi, firmati da Stefania Cempini, erano in linea con l’ambientazione country: abiti pratici per i contadini con camicie a quadri,  pantaloni di tela o salopette, stivali da cowboy e cappelli di paglia o di stoffa; molto simili a quelli degli uomini i vestiti delle donne, ma ci ha disturbato vedere  Adina, una giovane romantica ragazza che legge “Tristano e Isotta”, con abiti da cowgirl, con pantaloni alla gaucho e cappello nero western e con stivali, anche se bianchi e ricamati, perfino con l’abito da sposa bianco corto.

Belcore indossa  la divisa militare americana e Dulcamara è vestito come un originale mago turco.

La direzione d’orchestra è stata affidata al maestro Aram Khacheh che in qualche tratto ha calzato un po’ la mano, l’Orchestra Sinfonica G. Rossini ha, come sempre, svolto dignitosamente il suo compito.

Sul piano vocale i cantanti hanno ottenuto un buon successo  per la generosità del canto, ma è mancato globalmente il clima idilliaco e bucolico che si respira nella musica di Donizetti.

Nel ruolo di Nemorino il tenore Giuseppe Infantino spiega con generosità una vocalità robusta, estesa e limpida tagliente nei canto di forza e al contempo morbida nelle sfumature intime, grazie a un sapiente uso della mezza voce, tuttavia dovrebbe evitare di stringere i suoni nella zona centrale. L’emissione è divenuta più aggraziata e più rifinita nella famosa aria “Una furtiva lacrima”. Scenicamente l’artista delinea con efficacia la figura del giovane contadino cicciottello, ingenuo e smarrito nel suo sentimento amoroso.

Il soprano Maria Laura Iacobellis, nel ruolo protagonista di Adina, eccelle nella tessitura acuta, dove i suoni, arrotondati e ampliati nel passaggio di registro, scintillano nelle note alte ben sostenute e si assottigliano in sensibili filati in diminuendo. Più fioca rimane la zona grave.

Vittorio Prato ricopre il ruolo di Belcore con buona linea di canto, usa con sicurezza una voce piena e robusta di baritono, in grado di alleggerirsi nelle estensioni acute e di piegarsi alla duttilità del sillabato.

Giannetta è interpretata con voce aggraziata dal soprano leggero Eleonora Boaretto. E poi c’è lui, il ciarlatano venditore delle elisir d’amore, il Dottor Dulcamara.

Dulcamara è interpretato con disinvoltura da Maharram Huseynov, ma l’orientamento statico della regia non gli fa fare  nulla di particolare per pubblicizzare il suo elisir, il cantante rimane allineato con il gruppo tenendo quasi nascosto quel bel carrettino che avrebbe potuto mettere in mostra insieme alla sua arte magica che non c’era.  La voce del basso  è piuttosto aspra, ma estesa e  potente in ogni registro oltre che agile nel sillabato fitto, la dizione è chiara  ed espressiva, nei crescendo il canto è sostenuto e il suono ben proiettato, ma l’emissione è sempre un po’ tesa.

Con un regista più dinamico e creativo Dulcamara avrebbe potuto fare scintille e portare il pubblico a un esilarante divertimento. Invece più che una damigiana  in mano a Nemorino non c’è stato nulla di divertente.

Purtroppo il regista fa svolgere l’azione in fondo al palcoscenico lasciando vuota la parte anteriore. Davanti a uno steccato marrone e a covoni di paglia nel fondale viene piazzato il coro che rimane ammassato con pochi movimenti. Poco comprensibile il costante colore arancione del cielo che diventa blu sul far della sera con un grande sole nel primo atto, uno spicchio di luna nel secondo e il ritorno del sole alla fine  su cielo blu.

Il Coro Lirico Marchigiano V. Bellini, preparato da Christian Starinieri, canta a piena voce e purtroppo non è mai usato come elemento scenico. Maestro al fortepiano è Alessandro Benigni.

(Le foto sono di Giorgio Pergolini)

 

 

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