Di GIUSEPPE CHIUCCHIU’

MONTECAROTTO — Alla fine, il vino si è venduto come tutto il resto. Un martello. Un’offerta. Tre milioni e novecentomila euro. E la cantina più grande delle Marche è passata di mano al primo giro d’asta, senza troppo rumore. La nuova cooperativa si chiama Uve Unite.

È nata apposta, a gennaio 2025, con novanta soci e un obiettivo dichiarato fin dal principio: impedire che la Moncaro finisse smembrata, che i vigneti venissero strappati dalla terra che li ha generati, che il Verdicchio diventasse merce di qualcun altro.

Un tentativo di salvare almeno le radici, rimasto in bilico per oltre un anno di commissariamento, fino al verdetto dell’asta di questo maggio. Chiamatela rinascita, se volete. O chiamatela, più onestamente, la certificazione definitiva di una fine.

Perché la Moncaro non era solo una cooperativa. Era nata nel 1964 dalle mani di viticoltori che credevano davvero che insieme si potesse fare ciò che da soli era impossibile. Era cresciuta nell’orbita della  sinistra rurale, nelle feste dell’Unità, nelle assemblee dove politica e lavoro  si mescolavano come il mosto nel tino. Era diventata un bacino elettorale solido come le botti che riempiva, un pezzo d’identità collettiva che attraversava le colline del Verdicchio e teneva insieme ottocento famiglie, ottocento destini. Un mondo intero girava attorno a quella cantina.

Poi qualcosa si è spezzato. Come accade nelle vigne quando la malattia entra nel legno: da fuori il filare sembra ancora sano, ma dentro il tronco si sta già  svuotando. I numeri del disastro sono lì, freddi e definitivi. Settantasei milioni di debiti richiesti. Cinquecentosettanta creditori coinvolti. Otto milioni versati per una cantina abruzzese mai comprata. Bilanci certificati “veritieri e corretti” mentre il sistema cedeva pezzo dopo pezzo.

Il commissario Giampaolo Cocconi ha scritto nero su bianco che amministratori e sindaci revisori sono  responsabili di oltre cinquantotto milioni di euro di buco — e che le società di  revisione hanno continuato a certificare bilanci ritenuti inattendibili,  facilitando nuovi prestiti e aggravando il dissesto. Di quel buco immenso, lo stato passivo ammesso si ferma a soli 31 milioni di euro. Le banche — Crédit Agricole, Unicredit, Banca di Macerata, Bcc Ostra Vetere —  sono rimaste fuori dallo stato passivo, troppo esposte, troppo corresponsabili.

Dentro, a spartirsi quel che resta, ci sono invece i lavoratori senza stipendio  da mesi. I conferitori che portavano l’uva senza essere pagati. I piccoli soci  che avevano versato trentamila euro a testa credendo di investire in qualcosa  di solido… risparmi di una vita, bruciati. Per loro non è stato un dissesto economico. È stato un tradimento.

La fine è arrivata nell’estate del 2024, quando le tensioni esplose dentro il  consiglio di amministrazione hanno richiesto perfino l’intervento dei  Carabinieri. Il presidente storico Doriano Marchetti è caduto. Al suo posto la vice Donatella Manetti. Un cambio improvviso, avvolto nel silenzio. E nelle piccole comunità, il silenzio fa più rumore delle parole. Da lì, il commissariamento.

Poi l’asta e al primo giro, senza manifestazioni  d’interesse dagli altri poli di Acquaviva e Camerano, Uve Unite se l’è  aggiudicata: tre milioni e novecentoquattordicimila euro — l’offerta minima —  per la sede storica di Montecarotto e le linee d’imbottigliamento.

Restano le vigne. Restano i filari ordinati sulle colline, il vento che attraversa le campagne, il profumo del mosto nelle mattine d’autunno. Ma non resta la speranza  tranquilla di chi sa dove sta andando. Resta solo una domanda che nessuno vuole pronunciare ad alta voce, e che tutti continuano a farsi sottovoce nei bar e

nelle cantine di Montecarotto: com’è stato possibile arrivare fin qui senza che nessuno fermasse la caduta? La risposta, in fondo, la conosciamo già. In Italia certe storie finiscono sempre allo stesso modo.

Tutti vedono le crepe. Ma finché il muro resta in piedi, nessuno vuole essere il primo a dire che sta crollando. E quando crolla, ci si guarda intorno cercando il colpevole  come se il colpevole non fosse già scritto, da anni, in mezzo a quei bilanci  che nessuno voleva leggere davvero.

Sul piazzale di cemento della cantina restano le macchie secche dell’uva caduta.  I cancelli sono stati aperti un’ultima volta, poi richiusi da mani diverse. La Moncaro è morta come è vissuta: tra silenzi, timbri messi al posto sbagliato, e la strana dignità di chi ha creduto fino in fondo in qualcosa che qualcun altro stava già vendendo.

 

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