Di GIUSEPPE CRISTINI

Il tartufo non vive di soli tagli di nastro

Quattro territori, manifestazioni storiche, denaro pubblico. Ma dopo tante inaugurazioni, tagli di nastri e discorsi ufficiali, quale sistema regionale abbiamo costruito?

Ogni autunno, nelle Marche, si ripete un piccolo rito: arrivano le fiere del tartufo, arrivano le autorità, i saluti istituzionali, le fotografie di rito, i brindisi e le promesse di valorizzazione. Pergola, Sant’Angelo in Vado, Acqualagna, Amandola: quattro  territori, quattro identità, quattro appuntamenti che raccontano una ricchezza straordinaria della nostra regione.

Ma c’è una domanda che, prima o poi, qualcuno dovrà porsi seriamente: dopo tanti anni di manifestazioni e tanti soldi pubblici investiti, abbiamo davvero costruito un grande sistema regionale del tartufo? Perché organizzare una fiera è una cosa. Costruire una destinazione turistica, un’economia e un’identità riconosciuta nel mondo è un’altra.

CONTROLLO MARCHE  – I soldi ci sono. I risultati chi li misura?

Prendiamo alcuni numeri. Nei provvedimenti regionali del 2025 troviamo 35.000 euro per Acqualagna, 35.000 per Pergola e 35.000 per Sant’Angelo in Vado. Per Amandola risultano 7.500 euro per Diamanti a Tavola. Sono soltanto alcune delle risorse individuate, alle quali vanno aggiunti gli eventuali finanziamenti provenienti da altri canali pubblici.

Ma la domanda è inevitabile: chi verifica cosa producono questi investimenti? Quanti visitatori arrivano realmente? Quanti vengono da fuori regione? Quanti pernottano negli alberghi? Quanto spendono nei ristoranti e nelle attività commerciali? Quanti tornano l’anno successivo?

E ancora: quanto investiamo nella promozione internazionale? Quanto nella comunicazione? Quanto nell’innovazione delle manifestazioni?

Non possiamo continuare a confondere il numero delle edizioni con il valore dei risultati. Una fiera che raggiunge la sessantesima edizione merita rispetto per la propria storia. Ma la storia, da sola, non è una strategia di sviluppo.

LA VISIONE – Basta fiere isolate, serve una regia regionale

Il tartufo marchigiano deve diventare una destinazione, non soltanto una successione di appuntamenti.

La Regione deve assumere un ruolo di regia, lasciando ai territori la libertà di conservare le proprie peculiarità. Occorre passare dalla promozione delle singole fiere alla promozione di un grande patrimonio regionale: boschi, cercatori, tartuficoltura, ristorazione, ricettività, cultura gastronomica e paesaggio.

Il tartufo può essere un prodotto turistico dodici mesi all’anno. Ma per riuscirci servono investimenti intelligenti, professionalità, comunicazione contemporanea e relazioni internazionali.

LA CRITICA – Il rischio di celebrare sempre noi stessi

E qui arriva il punto più scomodo.

Da anni parliamo di eccellenze, internazionalizzazione, turismo esperienziale e promozione del territorio. Parole importanti, spesso ripetute nei convegni e nei comunicati stampa. Ma quante volte abbiamo visto una vera strategia comune?

Quante volte le manifestazioni si sono presentate al mondo con un progetto coordinato? Quante volte abbiamo costruito un calendario condiviso, una campagna internazionale, una rete di tour operator e un programma stabile di relazioni con i grandi mercati gastronomici? Il rischio è che ogni territorio continui a lavorare per conto proprio, concentrato sulla propria manifestazione, sulla propria inaugurazione e sulla propria visibilità.

E la Regione? Non può limitarsi a distribuire contributi, presenziare alle cerimonie e complimentarsi con gli organizzatori. Il suo compito dovrebbe essere quello di dare una direzione, mettere insieme le energie e pretendere risultati senza lasciarsi condizionare da amicizie, appartenenze o vicinanze politiche dei singoli amministratori.

Perché se dopo decenni abbiamo ancora tante belle fiere, ma non siamo riusciti a costruire una riconoscibile destinazione regionale del tartufo, qualche domanda sulla politica di promozione dobbiamo pur farcela.

E diciamolo con la massima franchezza: non basta mettere il tartufo su un manifesto, invitare qualche autorità e riempire un fine settimana di appuntamenti o fare un abbinamento con lo champagne  per poter parlare di internazionalizzazione.

Il mondo non ci aspetta. E il tartufo marchigiano non può vivere soltanto dell’autoreferenzialità delle nostre manifestazioni.

Oggi manca un quadro pubblico unitario e confrontabile dei risultati delle manifestazioni. E senza dati non possiamo sapere se stiamo crescendo, se stiamo attirando nuovi mercati o se continuiamo semplicemente a rivolgerci allo stesso pubblico.

LA PROPOSTA – Un Patto regionale per il tartufo

Chiediamo alla Regione Marche di promuovere un Patto regionale per il tartufo, con cinque impegni verificabili:

-Pubblicare il quadro completo dei finanziamenti pubblici destinati alle fiere e alle iniziative di promozione, distinguendo contributi concessi, liquidati e risorse indirette.

-Introdurre un sistema comune di rilevazione dei visitatori, della loro provenienza, delle presenze alberghiere e dell’indotto economico.

-Destinare una quota specifica di risorse alla promozione internazionale, coinvolgendo tour operator, giornalisti e chef.

-Finanziare innovazione, formazione, esperienze gastronomiche e nuovi linguaggi di comunicazione.

-Costruire un calendario e un progetto promozionale condiviso tra i territori, con obiettivi pluriennali e risultati pubblici.

Le Marche non hanno bisogno di altre fotografie con il tartufo in mano e di altri discorsi inaugurali pieni di belle parole. Hanno bisogno di una strategia, di una regia e di qualcuno che si assuma la responsabilità dei risultati. Perché  il tartufo marchigiano merita molto più di una stagione di inaugurazioni.

……e allora mi sovviene spontaneo

IL MORso FINALE DI CRISTINI

Una fiera può riempire una piazza per tre giorni. Ma soltanto una visione può portare un territorio nel mondo per tutto l’anno.

 

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