Di LUIGI ALBERTO WEISS

SENIGALLIA – Occasionalmente ho letto i suoi interventi (si rivolge al nostro collaboratore Giuseppe Cristini – ndr) su questo giornale. Parole in buona parte condivisibili, alle quali vorrei aggiungere – per quanto utili – alcune riflessioni personali.

Vivo nelle Marche da quasi 40 anni (lo saranno nella primavera 2027), dove sono arrivato come dipendente di una società del Gruppo ENI e in tanto tempo ho avuto occasione, sia per lavoro che per tempo libero, di conoscere la regione in molte parti.

Provengo dall’Alto Adige-Sudtirol dove, come saprà bene, il turismo è un pilastro economico fondamentale sotto ogni aspetto: dalla tutela del territorio alla promozione enogastronomica, dalla riscoperta delle tradizioni alla salvaguardia ambientale, passando attraverso oculate campagne di comunicazione che hanno come obiettivo sempre la regione quale unità territoriale.

Ecco, credo che questo sia uno dei difetti (incorreggibili?) che si riscontrano nelle Marche: non parlare come entità unica, ma trovare sempre un distinguo di un’area dall’altra, oggettivamente difficile da comprendere e ancor più da trovare nei fatti.

Resiste un forte campanilismo (sul quale giocano anche le istituzioni) che in realtà si traduce in municipalismo. Se il primo ha un effetto positivo perché richiama caratteri, consuetudini, tradizioni che hanno segnato la storia di un luogo, definendone l’identità e mobilitandone le forze, il secondo – il municipalismo – invece ha un riflesso deleterio perché fa leva su competizioni fuori dal tempo, che contaminano progressivamente ogni aspetto della vita di una comunità, condannando il territorio all’isolamento di fatto piuttosto che aprirlo alle collaborazioni.

Se vuole è il vecchio provincialismo, che ho riscontrato anche in questi giorni in un servizio del TgRAI regionale, a proposito di una fiera del tartufo. Ho trovato per nulla “marchigiano” esaltare l’abbinamento tra il tartufo e addirittura lo champagne francese, in una regione e di più in una zona che vantano produzioni vinicole invidiabili anche su scala europea. Fiere del genere dovrebbero costituire vetrine privilegiate, oserei dire esclusive, per l’enogastronomia delle Marche, al di là della burocratica etichetta “internazionale” che – scopro – viene attribuita con facilità a tutti. Invece queste manifestazioni si risolvono in occasioni perse proprio sul fronte promozionale.

Lei, dottore Cristini, auspica per le Marche un cambio di rotta affinché la regione possa affermarsi con una precisa e riconoscibile identità. Concordo. Ma sono altrettanto convinto, da modesto “ospite” di questa terra, che la nuova rotta debba essere tracciata da un nuovo equipaggio, culturalmente preparato e capace di servirsi di carte aggiornate per la sua “navigazione”. Un equipaggio formato da imprenditori, associazioni di categoria, rappresentanze di settore, componenti delle istituzioni, mondo dell’informazione.

Auguri di buon lavoro.

 

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