Di MASSIMO CORTESE

ANCONA – Il Circolo Germontari ha ospitato un seguitissimo incontro su una vicenda assai poco conosciuta, vale a dire la tragedia dei soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi e che rimasero in Germania fino alla fine della guerra, a seguito del loro rifiuto di schierarsi con i nazisti e con la Repubblica di Salò.

In qualità di relatori, erano presenti Augusta Principi, responsabile della sezione di Chiaravalle dell’Associazione Nazionale ex Internati Italiani nei lager nazisti (ANEI); Marco Brando, giornalista e scrittore, presidente dell’ANEI di Milano; Carla Marcellini, docente dell’Istituto Gramsci Marche e Antonio Brusa, presidente della Società Italiana di didattica della Storia.

Altro aspetto da rilevare è la folta partecipazione dell’uditorio, calcolato in non meno di cento persone, che ha costituito una gradita sorpresa per gli Organizzatori, a dimostrazione dell’enorme interesse che la vicenda suscita su figli e nipoti degli IMI. Ci si sarebbe aspettati un paio di interventi al massimo, invece le cose sono andate diversamente, e per questa ragione, in via del tutto eccezionale, mi ricollego alla conclusione dell’incontro: dopo la proiezione del docufilm “C’è chi disse no. La Resistenza degli Internati Militari Italiani in Germania” e gli interventi dei relatori, Augusta Principi ha aperto il dibattito, concedendo la possibilità ai presenti in sala di intervenire. Ebbene, gli interventi sono stati numerosi e nonostante l’ora tarda l’incontro sembrava non finire mai, ognuno voleva dire la sua, fino a quando la professoressa Principi ha preso la decisione, peraltro comprensibilissima, di chiudere la riunione.

Torniamo a parlare dell’inizio dell’incontro.

Augusta Principi è figlia di Amedeo, IMI nato a Recanati: lei stessa è nata a Chiaravalle ma, pur avendo vissuto praticamente sempre a Milano, non ha mai reciso i legami con le sue origini marchigiane, e pertanto nel 2024, con altre venti persone, ha dato vita alla prima sede dell’ANEI nella nostra regione. Principi mette subito in chiaro che degli IMI si è sempre parlato troppo poco, a cominciare dall’assenza della questione sui libri di storia, e per questa ragione verrà proiettato il docufilm “C’è chi disse no. La Resistenza degli Internati Militari Italiani in Germania”, che ha illustrato la vicenda nei minimi particolari. Il documentario è visibile su Raiplay, e comunque il canale televisivo Raistoria lo manda in onda con capillare frequenza. Prima della proiezione prende la parola Marco Brando, nella duplice veste di figlio di Pietro, anche lui IMI, che gli ha permesso di diventare il presidente della sezione milanese dell’ANEI, rifondata nel 2025 dai figli e nipoti degli internati, ormai praticamente scomparsi, nonché autore dei testi del documentario surrichiamato.

Va quindi in onda il docufilm, un’esposizione che si regge principalmente sulle testimonianze dei figli di Imi famosi, come gli scrittori Giovannino Gareschi e Mario Rigoni Stern, gli attori e registi Gianrico Tedeschi ed Emanuele Salce, Alfredo Belli Paci, marito della senatrice a vita Liliana Segre, oltre ad un noto cantante che ha avuto il padre prigioniero e che ci ha raccontato che addirittura il suo nome lo si deve proprio a quella prigionia, che risponde al nome di Vasco Rossi.

Il documentario è toccante, commuove, fa arrabbiare, ha un linguaggio semplice e diretto, sembra venuto fuori da un girone dantesco che per strane alchimie politiche e non solo riscopre una storia passata sotto silenzio per circa ottanta anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Come sottolinea Marco Brando, il Parlamento ha varato con una legge del 2025 l’individuazione della data del 20 settembre per ricordare la tragedia degli IMI: anche in questo caso è stata rispettata la regola degli ottanta anni.

Veniamo ora alle relazioni degli illustri ospiti. Il primo a prendere la parola è Marco Brando che, da giornalista consumato quale è, pone all’uditorio due domande essenziali: 1) Gli Internati Militari Italiani hanno fatto la Resistenza oppure no?; 2) Come mai in tutti questi anni non si è mai parlato di questa storia, che non compare in nessun libro scolastico, per quasi ottanta anni ? Riporto una sintesi della relazione del presidente Brando. “Alla prima domanda si può rispondere dicendo che gli Internati Militari Italiani hanno fatto la Resistenza con la Erre Maiuscola. Essi sono stati protagonisti della Resistenza perché hanno fatto una scelta antifascista. Un personaggio politico nel 2010 disse “che quella degli IMI fu una scelta di comodo.” Può darsi che all’inizio qualcuno fece una scelta opportunistica, ma quando si cominciò a vedere che molti prigionieri morivano per la fame, le malattie e le botte, molti di loro continuarono a dire NO ai nazisti e ai fascisti per due anni, fino alla liberazione dei campi.

Mito fondativo della Repubblica Italiana è da sempre riconosciuta la Resistenza partigiana, ma ci furono anche altre forme di Resistenza, come quella dei perseguitati politici, come quella dell’onorevole Matteotti e di tanti altri, la Resistenza dei deportati nei campi di sterminio, quella degli IMI, che ha lasciato 50.000 morti e molte migliaia dopo: il fratello gemello di mio padre, deportato anche lui, si è suicidato qualche anno dopo, come è accaduto a tanti altri reduci Il riconoscimento del ruolo nella Resistenza degli IMI è fondamentale, e per questa ragione noi siamo grati al fatto che ci sia stata dedicata una Giornata riservata solo agli Internati Militari Italiani.

Noi rivendichiamo il diritto- dovere di essere presenti il 27 gennaio, Giornata in cui si ricorda la deportazione nei campi di sterminio, non solo della Shoah, insistiamo per essere presenti il 25 aprile nelle piazze italiane e festeggiamo il 2 giugno Festa della Repubblica. Il 20 settembre va bene, ma noi siano protagonisti come gli altri della Resistenza. Quella degli IMI non è stata solamente Resistenza, ma è stata anche una gigantesca forma di obiezione di coscienza di massa: 650.000 soldati che dicono NO a dei leader sanguinari e criminali non si sono mai visti prima e dopo di loro, e se oggi molti combattenti nelle sessanta guerre ingiuste sparse per il mondo facessero la stessa scelta, probabilmente staremmo tutti meglio. C’ è poi la questione – e chiudo- del perché ce ne siamo dimenticati: quando loro tornarono si era già festeggiato il 25 aprile, come ha raccontato anche Rigoni Stern, tutti avevano festeggiato, insomma era stato deciso che la narrazione ufficiale della Repubblica Italiana aveva stabilito che l’unica Resistenza fosse da considerare quella partigiana in montagna.

Per giunta c’era il sospetto che gli IMI avessero collaborato con i nazisti, perché aveva avuto la meglio la propaganda fascista, come anche riportarono il Corriere della Sera ed altri giornali controllati dalla Repubblica Sociale Italiana, che sostenevano che gli IMI erano dei camerati felici di collaborare con i nazisti, stavano molto bene, al caldo, avevano da mangiare, eccetera, invece stavano così bene che ne sono morti cinquantamila. Alla narrazione fascista ci hanno creduto anche tanti antifascisti con il risultato che fino al 2007,quando è stata istituita la medaglia d’onore per gli Internati Militari Italiani quando ormai erano quasi tutti morti, non se ne è praticamente più parlato. Questa rimozione del ruolo degli Internati Militari italiani perché erano personaggi scomodi, non si sapeva come collocarli, rovinavano la narrazione della resistenza eroica dei partigiani sulle montagne, eccellente per amor di Dio, ma se fossero venuti in Italia 650.000 soldati con la Germania che cosa sarebbe successo? La rimozione li ha cancellati dal dibattito pubblico, dai manuali scolastici, dall’insegnamento universitario, dal dibattito politico. A questo noi vogliamo rimediare con documentari come questo, di sicuro rivendichiamo il ruolo degli IMI e la loro Resistenza con la Erre maiuscola.

E’ una battaglia non facile perché ci sono molti pregiudizi a destra e a sinistra ancora nei confronti degli IMI. Voi pensate – e chiudo – che Alessandro Natta, destinato a diventare segretario del PCI, un ex internato, nel 1954 scrisse nel 1954 un libro “L’altra Resistenza” ma il Partito Comunista ritenne che non era il caso di pubblicarlo “perché voi IMI siete un po’ strani, non bisognava scalfire la narrazione della Resistenza partigiana in montagna”. Il libro è uscito negli Anni Novanta, cioè quarant’anni dopo, edito da Einaudi. Noi cerchiamo con il nostro contributo di riportare alla ribalta gli IMI, oggi molti libri di memorie vengono scritti perché figli e nipoti trovano in cantina la scatola con i documenti del padre, del nonno o dello zio: ecco, bisogna restituire a queste persone la dignità e l’importanza del valore della loro testimonianza ancora attualissima che loro compete. Grazie”.

Professoressa Carla Marcellini: Anzitutto metto in evidenza il fenomeno di massa, che non è cosa di scarso rilievo: 650.000 soldati sono tantissimi, pensate solamente che cosa sarebbe successo se questi 650.000 soldati si fossero arruolati in massa nella Wehrmacht o semplicemente nell’esercito della Repubblica di Salò. Questo già ci dice che la loro è stata una scelta di Resistenza, ma bisogna considerare che la scelta di Resistenza alla guerra e al nazifascismo è maturata lentamente. Il figlio di Guareschi ci ha detto che il padre diceva .

”Io ho giurato fedeltà al Re e volevo mantenermi fedele alla mia idea di dignità di uomo”. Per capire come mai queste persone hanno deciso, al di là delle singole vicende individuali, di dire no prima all’arruolamento nella Wermacht nei servizi ausiliari e poi all’esercito di Salò, io credo che bisogna partire dalla consapevolezza che queste persone erano cresciute come fascisti. Quello fascista era un progetto di costruzione di un ordine nuovo, politico, culturale, sociale ed economico totalmente nuovo, non a caso Mussolini parlava di Rivoluzione Fascista, della creazione di un uomo nuovo, che doveva credere, obbedire e combattere. Queste erano persone cresciute con quella cultura, con l’idea che l’uomo nuovo fascista coincideva con lo Stato. Lo stato fascista si identificava con le singole scelte dell’uomo fascista. La vita di questi uomini si era modellata fin dall’infanzia sull’idea che loro dovessero appartenere ad uno Stato, che doveva diventare più grande, forte, combattivo, che doveva conquistare i Paesi vicini e sopraffare le identità, le razze e le culture considerate inferiori, come quella africana. La loro scelta è maturata lentamente, perché quelle persone erano cresciute in quel contesto di Stato totalitario, e questo ci permette di capire come questa scelta sia stata lenta.

Questa considerazione ci permette di capire quello che diceva prima Marco Brando, e cioè che nel dopoguerra queste persone, avendo cambiato continuamente status giuridico, da prigionieri di guerra, poi internati militari e infine addirittura civili, erano considerati dalla popolazione, dalla gente comune, ma anche dai politici, che hanno sempre bisogno di certezze, dividendo il mondo in bianco e nero, come collaboratori, persone che erano vissute in Germania durante il nazismo . “D’accordo, stavano nei lager, nei campi, ma mica venivano trattati male come gli ebrei”. Vorre inoltre dire che nei manuali scolastici stanno entrando le storie degli IMI.

Prof. Antonio Brusa: Io mi occupo dell’insegnamento della storia, di didattica, immagino che tra voi vi siano degli insegnanti, e allora una domanda si impone: Perché non è stata insegnata questa parte della storia? La prima risposta è da ricercarsi nella mancanza di tempo, alla fine dell’anno scolastico non ci si arriva, bisogna studiare le cose più importanti. Allora, la domanda che ci poniamo questa sera è la seguente: ciò che abbiamo visto è realmente importante, oppure è qualcosa di accessorio che, in fondo, di fronte ai 50, 60 milioni di morti della seconda guerra mondiale, ci fa intravedere una questione secondaria? Racconto un episodio: siamo nell’aprile 1945, i campi di concentramento vengono liberati dagli americani e dall’Armata Rossa. Il 23 aprile 1945 in un piccolo campo di concentramento a Treuenbritzen, che si trova a 150 Km. da Berlino, nella regione del Brandeburgo confinante con l’Alta Sassonia, avviene un gravissimo fatto di sangue.

I sorveglianti tedeschi lasciano liberi i prigionieri, ad eccezione degli IMI. Vengono quindi fucilati 130 prigionieri in una cava e mentre li uccidono li insultano, li chiamano Badoglios Scheine Porci di Badoglio e spesso, nel prenderli in giro, dicono Mamma Mia, che è noto in tutto il mondo. Sappiamo tutto questo perché 1 dei 130 fucilati, Antonio Cesari, riesce a sopravvivere e scopre una cosa, e cioè che nessuno parlava di quella strage. Due giorni dopo l’Armata Rossa compie una strage di civili tedeschi, questa volta viene ricordata la strage dei civili tedeschi, ma quella italiana viene coperta. Noi conosciamo la storia grazie a un documentario di alcuni intellettuali tedeschi, che sono andati in quel piccolo paese ad interrogare gli abitanti. Addirittura la figlia del padrone della fabbrica dove lavoravano i prigionieri italiani non ricordava nulla, tutto svanito.

L’anno scorso in quel paese la popolazione ha votato per il 35% per il Partito Neonazista. Nel programma del partito non c’è la negazione dei crimini nazisti, si dice che sono accaduti, ma c’è la diminuzione di questi crimini, sì, sono accaduti ma tutto sommato sono passati tanti anni. Tutto sommato, non possiamo portare noi le colpe dei nostri padri, tutto sommato ci sono altre cose gravi e tutto sommato sono state fatte anche delle cose buone. Bene, questo è il motivo per cui queste storie debbono essere studiate. Bisogna studiarle perché sono diventate un elemento politico della vita sociale italiana, della vita sociale mondiale. Ricordare è importante, in quanto serve a ricostruire oggi la società. Ricordare è un fatto politico e come tale va insegnato nelle scuole, per creare un uomo, una donna responsabili all’interno di una società che continui ad essere democratica. Grazie.

Augusta Principi: Il suo intervento, professore, mi permette di dire a tutti che noi qui abbiamo una socia nostra che è figlia di uno dei quattro superstiti di Treuenbritzen. L’abbiamo qui in questa sala. Raffaella ti puoi alzare per favore?

Raffaella, figlia di Edo Magnalardo di Chiaravalle: Chiedo scusa, ma mi hanno assolutamente colto in contropiede. La storia alla quale il professore faceva riferimento, la storia di Treuenbritzen, dove non sopravvisse soltanto Antonio Cesari. Sull’eccidio di 131 internati militari ne sopravvissero quattro: Cappelli, Verdolini, Magnalardo, mio padre, per cui indegnamente io sono qui adesso e Cesari di Firenze. Sopravvissero alla fucilazione, furono seppelliti, si svegliarono dopo alcune ore del tutto casualmente graziati. Babbo se lo è chiesto spesso “Perché io?” Riconosco in tutto e per tutto la storia tracciata, anni di silenzio assoluto, considerate che mio padre si fermò fino al mese di agosto.

La fucilazione avvenne il 23 aprile 1945, i corpi vennero sepolti per eliminare ogni traccia, mio padre ritornò a settembre del 1945 perché si fermò là al Comando Alleato, con un paio di guanti di lattice, insieme a Verdolini perché Cesari, diciannovenne, ritornò appena possibile con le prime tradotte a Firenze. Con Cesari ebbe un rapporto più che fraterno, perché la loro fu una seconda rinascita. Seppelliti vicini e nonostante tutto sopravvissuti. Mio padre si fermò insieme a Cappelli per riconoscere uno ad uno i 127 compagni da una gavetta, da un documento, da qualsiasi cosa che potesse essere utile per il riconoscimento delle salme sepolte il 23 aprile con un velo di terra.

La ricognizione del Comando Alleato venne fatta ad agosto. Questa è la storia assolutamente meravigliosa di mio padre, sono grata, ho insegnato una vita, sono attualmente in pensione. Avete ragione, il passaggio all’educazione alla cultura e alla memoria deve partire dalla scuola, perché a volte i ragazzi pensano che la memoria sia una cosa da vecchi, ma più il tempo passa penso che la memoria sia strettamente collegata alla gioventù, a chi ha pochi anni, perché poi da quella memoria faccio esperienza. La memoria oggi più che mai è una cosa da giovani perché io ho visto alcuni progetti presentati per la scuola dell’infanzia, in cui venivano detto “Che bello fare il militare, che bello fare il marinaio”. E qui mi fermo.

Professor Antonio Brusa: Se a qualcuno interessa questa storia, l’abbiamo pubblicata nel lontano 2018 sul sito Novecento.org, che è la rivista dell’Istituto Storico della Resistenza. L’articolo è stato firmato da Aldo Cecalupo e Gabriella Lobuono e lì troverete la testimonianza di Cesari e una lista di libri, perché poi dal 1990 la storiografia italiana si è occupata di Treuenbritzen. La letteratura storica è notevole su questa tragica vicenda.

Seguono sette interventi, nei quali gli intervenuti sono grati per l’iniziativa. Non mancano le riflessioni, le testimonianze di figli e nipoti di internati militari e di persone che misero in atto altre forme di Resistenza, come la partecipazione al Corpo Italiano di Liberazione.

L’incontro si conclude con l’invito di Marco Brando alle varie Associazioni antifasciste anconetane a collaborare tra loro per promuovere la ricerca della memoria su vari fronti. “L’ANEI darà tutta la collaborazione possibile per portare avanti queste cose”. E aggiunge “ A Milano per farci accogliere sul palco per il 25 aprile, abbiamo dovuto arrabbiarci molto per far capire che gli IMI hanno fatto la Resistenza esattamente come i partigiani. Gli Internati sono Militari una delle tante Resistenze dimenticate, lo dicevo prima. I soldati del Corpo Italiano di Liberazione sono ricordati poco o niente, l’altro giorno a Milano abbiamo presentato un libro sulla Resistenza dei Rom e dei Sinti Italiani, che hanno avuto un ruolo importante nella Resistenza. Ma chi ne parla dei Sinti Italiani?” La storia non va analizzata a compartimenti stagni, ci sono state tante forme di Resistenza”.

E con questa osservazione Augusta Principi ha concluso l’incontro con un caldo “Arrivederci”.

 

Ag – RIPRODUZIONE RISERVATA - www.laltrogiornale.it