“Anche oggi è necessario combattere per riconoscere i diritti sul lavoro”

“Anche oggi è necessario combattere per riconoscere i diritti sul lavoro”

di ELENA MORBIDELLI*

TRECASTELLI – Il Primo Maggio, festa dei Lavoratori, suscita in me diverse riflessioni. Che significato ha oggi tale tipo di festa? E soprattutto che valore danno gli italiani e soprattutto i nostri politici a quanto scritto nell’art. 1 della Costituzione?

Mi vengono in mente alcuni racconti ascoltati dagli anziani intervistati negli anni nell’ambito di vari progetti sulla valorizzazione delle memorie. Una signora ci ha raccontato che a Corinaldo durante il ventennio fascista quando la festa dei lavoratori era proibita, alcune persone, la mattina del Primo Maggio, partivano da casa con la zappa in spalla, per non attirare l’ira del regime ma andavano a festeggiarlo in una zona appartata dalle parti di Madonna del Piano. Altri anziani ci hanno raccontato il Primo Maggio del ‘44 a Ripe. Al termine della celebrazione della Messa del Patrono, la folla radunata sulla piazza ha assistito ad una sparatoria con inseguimento, causata della consegna di qualche volantino in cui si incitavano le persone a festeggiare questa ricorrenza. Due partigiani di Arcevia originari di Monterado e Ripe, Primo Bramucci e Vinnico Silvestroni passano per la piazza di Ripe per consegnare questi volantini clandestini. Qui c’erano ad attenderli dei partigiani di Ripe che li avrebbero poi distribuiti, tra questi Giuseppe, Olimpio e Libero Grossi. Ma c’erano, purtroppo, anche delle camicie nere armate che, alla vista dei due, arrivati in piazza con una moto, hanno iniziato a sparare sui due malcapitati, nel tentativo di colpirli. Allora era proibito festeggiare, eppure si rischiava il proprio lavoro e la propria vita per poterla celebrare. Invece oggi?  Che significato diamo noi italiani a questa ricorrenza e che cosa significa per noi il lavoro?

Il 22 gennaio del ‘47 la Commissione per la Costituzione in seduta plenaria disquisiva proprio sull’art. 1 della Costituzione per dare il giusto peso a tutte le parole ma soprattutto a quel termine “lavoro” inteso come “il fondamento essenziale per la partecipazione alla vita pubblica” riprendendo le parole di Fanfani.

Primo Levi alle soglie degli anni ottanta in un’intervista radiofonica, diceva “Io so bene quale terribile problema sia oggi in Italia e in tutto il mondo trovare lavoro e sentire se stessi investiti di una piccola funzione sociale. Posso solo dire che è difficile, ma chi a questo minuscolo acquisto di potere può arrivare dovrebbe percepire il fatto di lavorare bene non solo come un dovere, ma come una salvazione». Parlava della centralità del lavoro per gli uomini e ne definiva il ruolo primario nella società, non senza essere oggetto di polemiche da parte dell’opinione pubblica.

In questi giorni di emergenza sanitaria abbiamo assistito impotenti di fronte ad una certa controversia tra chiudere o non chiudere le fabbriche, tra l’importanza della vita delle persone o l’economia di un intero paese. Chi più e chi meno, ci siamo interrogati sulle scelte operate dal Governo.  E se fino a ieri purtroppo il precariato e le difficoltà di trovare un lavoro era la piaga della nostra società, che ha spinto tante menti giovani e brillanti a lasciare il nostro Paese, cosa succederà domani con l’arrivo di questa già annunciata crisi economica?

Per Primo Levi la gioia del lavoro ben fatto è purtroppo un “privilegio di pochi”. E’ auspicabile e doveroso che invece questo privilegio possa essere offerto a più persone. E che le persone vedano tutelata la loro dignità umana, e non solo la loro professionalità. Con gli auspici e i suggerimenti che lo scrittore torinese ci ha indicato.

Noi potremmo dire che una simile riflessione è quanto mai doverosa pure oggi. In una fase in cui è necessario combattere per riconoscere i diritti sul lavoro, per rilanciare e sostenere la crescita del lavoro, non è semplice riaprire una riflessione sull’etica del lavoro, ma è doveroso provarci. Buona festa dei lavoratori

*Presidente Anpi Trecastelli

 

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