“Quasi cinquant’anni di soldi buttati nell’acqua non hanno arrestato l’erosione della costa”

“Quasi cinquant’anni di soldi buttati nell’acqua non hanno arrestato l’erosione della costa”

Il movimento politico culturale Quelli dell’Onda: “Le protezioni rigide creano nuove sacche erosive. Le recenti mareggiate parlano anche di innalzamento del livello dei mari. Se vogliamo venirne fuori dobbiamo cercare di farlo nel migliore dei modi. Con le compensazioni”

SENIGALLIA – Dal movimento politico culturale Quelli dell’Onda riceviamo: “Tutte le volte si ricomincia da capo: mareggiata, danni, scogliere; mareggiata, danni, scogliere. Quando si cominciò, nel 1975, nessuno avrebbe pensato che l’erosione, anziché diminuire, si sarebbe semplicemente spostata al margine dell’intervento, per presentarsi con sempre maggior forza e per sempre maggiori danni.

Nel corso di 45 anni la costa che si stende a Nord dell’Hotel Luca ha conosciuto ogni genere di difese: scogliere foranee, scogliere radenti, scogliere in doppia fila, scogliere soffolte, tubi longard, pennelli e di nuovo scogliere radenti e infine scogliere fai da te, col solo risultato di una enorme, insensata, insostenibile profusione di denaro per spostare la forza del mare appena un po’ più in là.

Qualcuno però fin da allora ci ragionava sopra. Trentacinque anni fa, l’8-9 dicembre 1984 Pro-Natura organizzava a Senigallia un convegno di studio con la presenza di studiosi ed esperti non solo italiani. E fu memorabile – o almeno la dovremmo ricordare – la relazione del prof. Renzo Dal Cin dell’Istituto di Geologia dell’Università di Ferrara, il cui titolo già metteva in guardia contro gli errori che nel tempo ci avrebbero portato alla ormai gravissima situazione attuale. Il titolo era: “Lo stato dei litorali italiani in relazione all’erosione e al degrado causato da opere di difesa”. Preghiamo rileggere: “degrado causato da opere di difesa”.

Il professore elencava i diversi rimedi per difendere la costa e ne indicava pregi e difetti.

Le difese radenti, blocchi rocciosi o di calcestruzzi addossati alla linea di riva, di solito vengono gettate là dove non esiste più spiaggia e spesso per un intervento urgente per proteggere il territorio retrostante da un’erosione forte o dall’inondazione.

“Questo tipo di difesa”, diceva, “ha un impatto violento sul litorale, poiché le onde che frangono o si riflettono sulla struttura asportano la sabbia ai suoi piedi e così approfondiscono il fondale; inoltre nelle spiagge sottoflutto l’erosione viene accelerata”.

“I pennelli accumulano la sabbia sopraflutto e fanno allargare la spiaggia; hanno un impatto meno brutale rispetto alle scogliere foranee, ma a volte sono inefficaci, e se sono efficaci provocano forte erosione sottoflutto.”

Insomma, sono tecniche esportatrici di erosione, quindi parzialmente risolutive sul luogo di impianto, ma peggiorative al margine. Ecco perché – sosteneva Dal Cin, “la programmazione e la tutela dei litorali non dovrebbero essere lasciate in balia delle autonomie locali, ma coordinate e gestite da un’autorità che tenga conto delle caratteristiche dell’unità fisiografica”.

Unità fisiografica è un tratto di litorale in cui i movimenti sono confinati all’interno. Non hanno senso qui i confini amministrativi. Il più delle volte le singole amministrazioni locali richiedono o impongono interventi scoordinati e soluzioni che non tengono conto della propagazione o trasferimento del danno alle aree attigue. Ma solo per un breve periodo i tre comuni di Falconara, Montemarciano e Senigallia sono riusciti a collaborare in quanto compresi nella stessa unità fisiografica. Ma l’unità fisiografica è l’ambito su cui bisogna ragionare e operare; l’altro ambito è quello perpendicolare, ossia quello in cui si tiene l’intervento tra mare e terra.

Tre sono i motivi che a quel tempo il professore indicava come cause dell’erosione: 1) la diminuzione dell’apporto solido dei fiumi; 2) la subsidenza provocata da interventi umani; 3) la costruzione di opere marittime. A questi oggi ne va aggiunto un altro: l’aumento del livello del mare.

Abbiamo visto come – non solo a Marina, ma anche al Cesano, il 13 scorso le onde abbiano superato le scogliere e portato al di là i loro detriti. L’aumento del livello del mare si manifesta con sempre più frequenti e forti mareggiate. A Marina la situazione è particolarmente grave per il fatto che, se prima oltre la strada lungomare non c’era altro da difendere se non la ferrovia, adesso l’azione delle onde è stata convogliata dalle opere di difesa fino al punto in cui comincia e prosegue l’allineamento delle case.

Che fare, dunque?

Scogliere più alte – chiedono a Marina; scogliere al Ciarnin – chiedono i confinanti. E il presidente Ceriscioli chiama i comuni di Montemarciano e Porto Sant’Elpidio, come comuni più colpiti, per la conta dei danni. Ma ci vuole ben altro. Abbiamo in precedenti interventi indicato un modo di operare che, nella drammaticità ormai pressoché irreversibile della situazione, potrebbe essere la via d’uscita. Si chiama “arretramento”. Questo arretramento non va fatto solo nel luogo più duramente colpito, ma sulla dimensione dell’intera unità fisiografica. Già a Senigallia si era programmata una decorticazione del lungomare a vantaggio della naturalizzazione all’altezza dell’ex Enel. A Marina abbiamo indicato due soluzioni: il sollevamento degli esercizi sulla spiaggia su piattaforma; la delocalizzazione delle abitazioni prevalentemente estive a ridosso dell’area maggiormente esposta ad ulteriori assalti. Consideriamo solo che la sola scogliera di Ceriscioli è costata cinque milioni: ma consegniamoli direttamente ai proprietari degli immobili per adeguamento o arretramento! Del resto l’emorragia deve essere fermata se non vogliamo continuare a buttare soldi nell’acqua. Lo stesso Piano di Gestione Integrata delle Zone Costiere (GIZC) ha cominciato timidamente a prevedere arretramenti rispetto alla linea di costa. Farlo adesso renderebbe ancora pensabile una riconversione: più avanti quei bar e ristoranti non otterrebbero nessun aiuto per sollevare il piano “di campagna”, né le case un risarcimento per mettersi in salvo”.

 

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