CASTELFIDARDO — Prosegue con successo la mostra personale di Maria Grazia Focanti, dal titolo Nel grembo dell’azzurro, curata da Andrea Carnevali e organizzata dalla Casa Vinicola Garofoli di Castelfidardo. L’esposizione resterà visitabile fino al 27 aprile.

In occasione dell’evento, il prof.  Andrea Carnevali ha intervistato la pittrice jesina, approfondendo alcuni nuclei essenziali della sua ricerca: il valore simbolico e generativo dell’azzurro, il rapporto tra interiorità e paesaggio, la dialettica tra materia e sottrazione. Presso la sede della mostra è inoltre possibile vedere la video-intervista realizzata per l’occasione.

Di seguito, una sintesi dell’incontro.

  • L’azzurro, nella mostra, è definito “dispositivo di pensiero”. In che modo, nel suo lavoro, questo colore cessa di essere semplice qualità cromatica e diviene soglia, spazio generativo, quasi una condizione mentale capace di orientare la nascita della forma
  • L’azzurro è, per me, un colore che apre a nuove dimensioni e a nuove possibilità. Kandinsky lo indicava come il colore che attira l’uomo verso l’infinito, risvegliando la nostalgia del puro e dell’immateriale. In questa prospettiva, l’azzurro si configura come un varco, una possibilità di oltrepassamento.
  • Penso, per esempio, a Rothko, che concepisce lo spazio pittorico non come limite, ma come apertura; oppure a Fontana, che parlava dei suoi tagli come di “finestre” sull’infinito, accessi a un altrove. Credo che l’arte debba sollecitare proprio questo movimento verso una dimensione ulteriore. L’azzurro, allora, diviene il veicolo privilegiato per percepire l’immateriale.
  • Il percorso espositivo attraversa corpo e paesaggio, radici terrestri e immersioni marine. Quando dipinge, da quale origine prende avvio l’opera: da una memoria del corpo, da un’esperienza concreta del luogo, oppure da una visione interiore che successivamente cerca il proprio paesaggio?
  • Spesso i miei lavori, almeno nell’intuizione iniziale, nascono di getto. Prendo avvio dal colore oppure da qualcosa che mi colpisce e che desidero sperimentare, come accade, per esempio, quando inserisco carte diverse all’interno della tela. In un secondo momento comincia il lavoro di riflessione, e talvolta possono trascorrere mesi prima che un’opera giunga a compimento.
  • Le mie opere nascono dall’interiorità, da flussi di coscienza che non sempre riesco a riconoscere pienamente. Forse anche per questo sento una forte vicinanza a Virginia Woolf. Il paesaggio, tuttavia, è sempre presente: è qualcosa che porto dentro di me.
  • Il paesaggio marchigiano mi ha profondamente formata: le colline che declinano verso il mare Adriatico, ma anche le asperità delle montagne della nostra regione. Negli anni Novanta la Regione Marche si presentava con lo slogan “l’Italia in una regione”, e credo che tale formula restituisca bene la ricchezza e la varietà di questo territorio.
  • Accanto al paesaggio, mi interessa molto la figura umana. In questo tempo difficile, penso che vi sia un grande bisogno di speranza. Le mie figure femminili, nel loro guardare verso l’alto, sono messaggere e, insieme, “immagini-soglia”: aprono verso una dimensione spirituale.
  • La mia ricerca pittorica si misura costantemente con i grandi maestri del passato e con alcune esperienze decisive dell’arte contemporanea. Vi sono richiami alla trascendenza cromatica di Rothko, alla matericità e alla memoria di Anselm Kiefer, ma anche alla transavanguardia e al simbolismo, per quella tensione continua verso l’Oltre che avverto come necessaria.
  • Nelle opere più recenti il segno si fa essenziale e la materia diviene “luogo di trasformazione”. Che cosa significa, per lei, “togliere” e ridurre: è un gesto di chiarificazione, un rischio, oppure una scelta etica fondata sull’ascolto della materia e del silenzio?
  • Il dialogo tra materia e assenza è uno degli aspetti che più mi interessano. La materia non è mai un supporto statico, ma un elemento vivo. Pigmenti stratificati, sabbie, materiali organici come spezie e caffè generano superfici che sembrano mutare sotto lo sguardo di chi osserva.
  • Nei miei lavori cerco di evocare ciò che non è immediatamente visibile. Il segno diventa allora gesto minimo: pochi tratti essenziali possono suggerire mondi interi. L’equilibrio tra pieno e vuoto crea profondità e apre zone di “silenzio visivo” che invitano alla meditazione.
  • L’assenza può trasformarsi in presenza, in uno spazio vibrante di possibilità. Togliere, per me, è una forma di rispetto nei confronti dell’ignoto. Considero la materia come qualcosa da ascoltare, come una realtà dotata di una propria voce. Essa diviene il luogo nel quale l’invisibile può rendersi percepibile.
  • L’etica della sottrazione, il gesto del levare e del ridurre, può essere intesa anche come un atto di umiltà: un gesto di ascolto e di rispetto.

Informazioni utili / La mostra Nel grembo dell’azzurro di Maria Grazia Focanti, curata da Andrea Carnevali e organizzata dalla Casa Vinicola Garofoli di Castelfidardo, sarà visitabile fino al 27 aprile. Presso la sede espositiva è disponibile anche la video-intervista realizzata in occasione dell’evento.

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