A Loreto una grande mostra dedicata a Gianni Berengo Gardin, un testimone del nostro tempo / VIDEO
LORETO – La mostra realizzata in occasione del 90° anno di fondazione delle Opere Laiche Lauretane e casa Hermes raccoglie 25 immagini storiche dal 1956 al 1986 che tratteggiano in modo insolito la figura del grande fotografo Gianni Berengo Gardin, scomparso il 6 agosto.
Scrive Enzo Carli, sociologo, curatore della mostra: “L’industria delle immagini e le fabbriche del consenso fotografico con i loro apparati mercantili e commerciali spesso si dimenticano che le storie travagliate ed esistenziali della cultura italiana del primo secondo dopoguerra, hanno originato l’attuale panorama italiano della fotografia; ancora più l’origine rinascimentale della ns/storia e cultura recente che tanto hanno influenzato le scelte artistiche e la formazione dell’immagine che non può essere avulsa dallo studio delle dinamiche socio-antropologiche e dei linguaggi che hanno costituito la struttura portante del lavoro di questo grande testimone del nostro tempo, Gianni Berengo Gardin.
E’ certamente rilevante, nella sua prima formazione, l’incontro con Paolo Monti che in quei periodo sostanzierà la ricerca formale di Giuseppe Cavalli con le indagini sull’ambiente dell’uomo, sul sociale, rese attraverso fotografie tonali (low-key), sfinite e consumate dalla passione del quotidiano, mediterranee per il taglio e l’attenzione prospettica, essenziali nel significato. Paolo Monti, teorico, attento studioso del linguaggio, è un eccellente formatore per Berengo Gardin.
Siamo nella prima metà degli anni ‘5O e il peso degli insegnamenti del grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson proposti nel suo <<manifesto teorico>>, il volume <<Image à la sauvette», non possono non coinvolgere Berengo: la <<poetica dell’istantanea», la pratica per le strade, percorrendo la realtà quotidiana, attenti ad individuarne ii «momento decisivo», l’istante unico e irripetibile da fotografare, che altro non è che <<portare alle estreme conseguenze un modo di pensare il reportage, inteso come immagine rapita>>.
Come sostiene H. Cartier Bresson <<l’occhio taglia il soggetto e l’apparecchio, non ha altro da fare che il suo lavoro che consiste nell’imprimere sulla pellicola la decisone dell’occhio>>.
Ma Berengo, che in quel periodo non ha avuto l’occasione di conoscere personalmente Bresson, <<comincia a frequentare « scrive G. Bonini il club «30×40 >> (il formato classico delle foto da esposizione; il club citato sarà oggetto di approfondire indagini sociologiche, sulla funzione sociale dello fotografia e sulla psicologia del fotoamotare – n.d.a.) che riunisce alcuni tra i più conosciuti reporters del momento, da Willy Ronis, che per ammissione di Berengo stesso gli «ha insegnato il mestiere>>, a Daniel Masclet che rappresenta un po’ il vecchio maestro che lavora ancora con la macchina di grande formato, ma che cura particolarmente la fotografia dal punto di vista tecnico e che dunque può fornire a Berengo innumerevoli suggerimenti in questa direzione, a Eric Thevenet che opera invece sul ritratto<<fermato>>, in una dimensione atemporale a volte onirica».
Nel l957 Gianni Berengo Gardin, rientrato da Parigi, riprende i contatti con “La Gondola” ed inizia la sua collaborazione con il settimanale “Il Mondo” di Pannunzio in cui si respira un clima culturale attraversato da un’ideologia comune sulle questioni meridionalistiche; collaborano al giornale lo scrittore Ignazio Silone e i fotogrofi Caio Carruba, Ferdinando Scianna, Calogero Cascio, Piergiorgio Branzi, Enzo Sellerio, Francesco Crispolti.
I riferimenti fotografici sono nei confronti della scuola francese di Bresson e della scuola americana (sia la ”F.S.A.”, sia Paul Strand che nel 1955 pubblica il fotolibro: <<Un paese>>, una ”lezione indimenticabile” per i fotoreporters italiani). Nel 1975 Berengo rivisiterà con Cesare Zavattini il paese di Luzzara, le cui immagini verranno pubblicate nel fotolibro <<Un paese vent’anni dopo».
Nel 1962 inizia l’attività professionale di fotografo free-lance dedicandosi all’architettura e al paesaggio, per passare definitivamente al reportage sociale e ai fotolibri. Fotografo di rara sensibilità e di forte impegno sociale, ha pubblicato a tutt’oggi 260 fotolibri tra i quali, alcuni con testi gi Zevi, Arpino, Mora- via, Soldati, Volponi, Soavi, Zavattini, Bassani, Calvino, Brandi, Marchiori, Monroy. ( Tra i suoi fotolibri di reportage citiamo; “Venisse des saisons” (Losanna 1965], «Toscana» (Losanna 1967), “Morire di classe” (Torino 1969, realizzato con Carla Cerati), “L’occhio come mestiere» (Milano 1970), “Un paese vent’anni dopo” (Torino 1976), “Dentro le case” (Milano 1977), “L’india dei villaggi” (Milano 1980), “Spazi dell’uomo” (Ivrea i 1980), “Una storia d’amore. Venezia”(Como 1981), “Il Mondo” (Milano 1975), “E se cent’anni vi sembran pochi” (Ancona, 1986), “I soldi in testa” (1987), “Scanno” (Como, 1987); “Donne” 1988 Milano; “Milano di notte”, 1988 Istituto italiano di cultura, Colonia, “Scatti nello studio bolognese di Giorgio Morandi”2009,”Storie di un fotografo “2013-14,”Venezia e le grandi navi”, 2015 “Architettura di pietra”2017,
Non mi interessa fare dell’arte (E.Carli Fotografia Adriatica Ed 1990. Quella porta sullo sguardo, Ideas Ed 2017) risponde in occasione di una delle nostre innumerevoli chiacchierate – prima di tutto mi interessa la fotografia poi semmai la cultura; la mia ricerca va verso il sociale, intesa come studio sull’uomo, ricerca più antropologica forse e quindi documentazione della vita sotto tutti i suoi aspetti. Questo lavoro che stiamo facendo con la Lega delle Cooperative (47), è un lavoro che mi interessa proprio perché è una ricerca sull’attività dell’uomo>>. ( E se cent’anni vi sembran pochi, gc)
Mario Giacomelli, introducendo il fotolibro, scrive: «Tracce brevi, ritmi, segni, letture, idee, preso di coscienza come campo di documentazione, come canovaccio su cui vivono immagini tagliate nel tempo e nello spazio. Il lavoro si apre, diventa visibile, testimone leggibile, istituzione, realtà pensata, guardata con occhi nuovi come referenza della memoria in una riflessione conoscitiva per un dialogo con la mente. Le cose riprodotte sono cariche di pensieri, impregnate di vita guardato soprattutto in faccia come eccitante ricchezza. Essenzialità, originalità sono la maggior freschezza della visione espressiva della narrazione e del ricordo che glorifica l’uomo e la sua dignità di lavoratore, in una completezza umana e sociale più vera…»,
Continua Berengo: <<visivamente le mie fotografie possono anche essere un oggetto o un paesaggio o una casa che è sempre un prodotto e un’immagine dell’uomo. Non mi interessa “la ricerca fotografica” anche se qualche volta, approvo l’idea>>.». Gianni berengo Gardin con Mario Giacomelli, Ferruccio Ferroni, Giorgio Cutini, Luigi Erba ed altri illustri amici partecipa tra i firmatari nel 1995, del Manifesto:” Passaggio di Frontiera”coordinato da Enzo Carli (premio nazionale Città di Fabriano 2013) un impegnativo percorso teorico nella stessa natura della fotografia e nella contemporaneità del suo linguaggio, suffragato nel tempo da tutta una serie di verifiche operative, scritti, cataloghi ed esposizioni fotografiche volte a dimostrare l’impianto teoretico del Manifesto.
In questa direzione lo stile, l’apparato semiologico delle sue immagini e la professionalità di Gianni hanno garantito, in un pluralismo di linguaggi, (quanti ne sono stati sperimentati ) un sicuro punto di riferimento, fondamentale per le elaborazioni concettuali espresse nelle verifiche post-Manifesto.
Partecipa al dibattito culturale, vivendo intensamente le sue passioni, operando precise scelte di campo che hanno contribuito a fornirci sul piano iconico , uno dei più coerenti interventi nella storia della nostra fotografia. Le immagini <<ragionate>> sono tirate al limite tra la realtà del documento (esigenza per necessità ideologica, impegno civile di fornire le più ampie informazioni della realtà indagata) e l’espressione personale e quindi il modo di comunicare la sua partecipazione, il suo stato d’animo. Una lezione che è sempre di stile e di linguaggio.
Per strade diverse, con una connotazione fantastica, sempre intimistica e profondamente densa della poesia del quotidiano, con una capacità di linguaggio certamente la più coerente con l’espressione dello specifico fotografico, Gianni Berengo Gardin è l’erede della continuità di Paolo Monti così come per altri versi lo è Mario Giacomelli di Giuseppe Cavalli e tutte e due, Mario e Gianni aggiungono reale al reale pur con una forma espressiva diversa; la fotografia di Giacomelli dominata da una liricità drammatica, affronta i grandi temi della vita, l’amore, la morte, la sofferenza attraverso il riandare alla memoria e al ricordo, riproponendoci nel racconto un reale immaginario filtrato delle interiori passioni, Berengo, attraverso una lucida analisi del reale, restituisce quella poesia del banale quotidiano, <<ideologizzata>> dalle nostre contraddizioni, come espressione della nostra civilizzazione; ognuno dei due impegnato a conoscere ed indagare dentro e fuori: una dimensione dove la pratica è solo il pretesto per presentare le idee, le proposizioni liberi da coercizioni, nella continuità della ricerca dell’uomo; forse la migliore lezione, se vogliamo, restituitaci con lo fotografia per la fotografia. Grazie Gianni per la tua grande umanità; per questo lavoro epocale e per tutte quelle infinite emozioni che ci hai trasmesso
L’inaugurazione è stata un bagno di folla; sono intervenuti l’Arcivescovo di Loreto, Mons Fabio dal Cin, il Presidente della Fondazione Opere Laiche e casa Hermes Federico Guazzaroni, Autorità militari e politiche tra cui Dino Latini, Maurizio Mangialardi, il Sindaco di Loreto Moreno Pieroni, esperti di fotografia e fotografi oltre ad un numeroso pubblico.
(Tratto dalla brochure della Mostra: “Gianni Berengo Gardin” Un testimone del suo tempo)
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