Quando Senigallia si tinge di giallo: La disciplina del mare, un bel romanzo di Luciana Quattrini

Quando Senigallia si tinge di giallo: La disciplina del mare, un bel romanzo di Luciana Quattrini

di LUCA RACHETTA

SENIGALLIA – Un colpo sordo a poppa lo fece voltare. Un corpo galleg­giava nella staticità della morte e si era appoggiato al fianco della barca. Fabrizio rimase paralizzato per alcuni momenti, senza saper che fare. Risolse che non era possibile lasciarlo lì ed avvertire a terra, chissà la corrente dove l’avrebbe tra­scinato. A questo punto decise di legarlo con la cima e tra­scinarlo fino in porto. Passò la corda intorno al torace. Era una ragazza e il suo occhio esperto stabilì che era in mare da non più di un giorno. Vestiva una camicia bianca e pantalo­ni scuri, era scalza e senza calze. Mise in tiro la cima per evi­tare di tagliarla con l’elica del motore e trainando la maca­bra preda si avviò di nuovo verso il porto. Certo di affogati ne aveva incontrati nella sua vita, anche suoi compagni. Brutta sensazione trovare un morto in mare, poi una ragaz­za così giovane, ancora peggio. Imboccò il canale del porto. I pochi passanti si arrestarono sul bordo della banchina atter­riti dalla pesca del vecchio. Arrivato all’altezza del casotto dei pescatori Fabrizio urlò in quella direzione.

– Mario, Mario chiama il Comandate di Porto, ho trovato questa poveraccia qui davanti.

Improvvisamente la banchina si animò, con un capannello di persone. I marinai della Capitaneria e il Comandante accorsero per aiutarlo. Sollevarono il cadavere e lo appoggiarono sulla banchina. Era sceso un silenzio inatteso, cari­co di pietà per quella povera ragazza

– L’ho trovata mentre calavo le nasse – disse il vecchio sot­tovoce.

I ritrovamenti dei cadaveri in acqua (ad esempio in Isolina di Dacia Maraini o ne La casa dei Krull di Simenon), che si tratti di un fiume, di un canale o del mare, hanno un significato che va ben al di là dell’espediente adottato dall’omicida per occultare le prove della sua colpevolezza. Un espediente che peraltro si rivela sempre piuttosto ingenuo e inefficace, perché l’acqua, per sua natura, riporta sempre a galla ciò che non appartiene al suo mondo e che nel suo ventre non può essere digerito e trasformato. Perché il mare, come dice un personaggio del libro, “non permette di imbrogliare, pretende umiltà, pretende rispetto”.

L’acqua è come la nostra coscienza, che non riesce a trattenere per sempre gli aspetti poco commendevoli della natura umana e prima o poi li fa riaffiorare in superficie. Solo di rado questo macabro riemergere di colpe e di paure si qualifica in modo cristallino; nella maggior parte dei casi assume invece forme camuffate che potranno essere decriptate soltanto a prezzo di un viaggio interiore difficile e doloroso, condotto fino allo svelamento di quella verità scomoda che si voleva confinare negli abissi dell’oblio.

Nel romanzo La disciplina del mare, opera prima della senigalliese Luciana Quattrini (al quale seguono Adriatico. Gli occhi del puma e Il rumore dell’inverno), le tracce emerse dall’acqua porteranno alla verità grazie alle doti di lettura e di interpretazione degli indizi del commissario Roberto Rodi. Questi, uomo provato dalla vita ma non incattivito dalle sue sfortunate vicende, coltiva, sotto la coltre della sua indole schiva e taciturna, valori sinceri quali l’amicizia e il senso del dovere.

I personaggi del libro impegnati nella ricerca della verità sono quanto mai in sintonia con l’atmosfera dei nostri tempi, rispecchiata nella letteratura coeva. Roberto Rodi, con una piaga d’amore ancora sanguinante, e la collega Sara Ranieri, che alleva da sola il proprio figlioletto, non hanno una vita semplice, ma sono impegnati a ricreare nell’esercizio della loro professione le condizioni di quella chiarezza di cui sono privi nella loro sfera privata. Dare un volto al colpevole e trascinarlo fuori dal cono d’ombra in cui latita è certamente garanzia di giustizia terrena, ma è anche un modo per eliminare almeno una parte di quella quota di aleatorio e di imponderabile che grava sull’esistenza di ognuno; un modo per convincersi che almeno una parte della vita può essere da noi, se non determinata, quanto meno vigilata e parzialmente modificata. E tutto questo ben si incarna nello spirito del giallo classico cui aderisce l’autrice de La disciplina del mare, incardinato sui punti fermi della scoperta della verità e della punizione del colpevole.

Un giallo marchigiano, e più precisamente senigalliese, quello di Luciana Quattrini, dove il nostro territorio entra attraverso le rapide incursioni del dialetto e i malinconici frammenti di mondi passati (ad esempio quello dei pescatori), intrisi di nostalgia e di significati perduti e alimentati dal terreno di coltura offerto della natura diffidente e allo stesso tempo schietta e generosa della nostra gente.

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