“Il project financing va considerato alla stregua di un debito fuori bilancio”

“Il project financing va considerato alla stregua di un debito fuori bilancio”

L’importanza di fare il passo secondo la gamba: una lettura a cura di Quelli dell’Onda dopo le scelte fatte dal Comune di Senigallia

SENIGALLIA – Dal movimento politico-culturale Quelli dell’Onda riceviamo: “Il project financing – come ogni concessione che preveda l’assunzione della spesa da parte del concessionario, per un tempo stabilito, in cambio di un servizio che gli consenta remunerarsi delle spese sostenute e dei connessi profitti – va considerato alla stregua di un debito fuori bilancio.

Il fatto che le somme non compaiano né nel bilancio di previsione né nel conto consuntivo del Comune non significa infatti che l’Amministrazione comunale se ne possa considerare deresponsabilizzata, perché al suo posto si è indebitata la città. Sempre che il comune-amministrazione non voglia disgiungere i propri scopi dalle sorti comuni. Ma proprio questo avviene; e attiva il vistoso paradosso di un’amministrazione sana, dal bilancio in pareggio, a fronte di una città reale che, addossandosi costi e benefici, si fa carico di sostenerla. Un rovesciamento del rapporto di garanzia, in buona sostanza.

In questo modo il cittadino è investito di un doppio onere: sorreggere con il gettito fiscale l’ente che lo amministra, in modo che il bilancio comunale venga chiuso in pareggio, e onorare con tariffe remunerative (caricate di ogni gravame eccedente i costi di mercato) gli impegni che l’Amministrazione ha contratto in suo nome.

Si dovrebbe stabilire di caso in caso per quali benefici. Resta il fatto che l’investimento – al quale il Comune-amministrazione si sottrae – comporta per il Comune-cittadinanza un costante deficit dato da fattori di natura diretta e/o indiretta.

Ciò per il cittadino consiste, come detto, nel dover continuare a sostenere, col contributo di tasse e tariffe, un’amministrazione pubblica che sempre meno provvede e sempre più delega compiti e funzioni.

Lo status di cittadino nell’era delle concessioni e delle convenzioni è quello del sottoposto a un doppio regime, cui non viene data l’effettiva possibilità di scegliere una cosa o l’altra.

Ci sono poi le circostanze afferenti a incidere a favore o contro. Nella generalità dei casi il soggetto concessionario è un’impresa che si può permettere di anticipare le spese perché ha bilanci più grandi e vivaci di quelli comunali, o perché è  territorialmente più estesa nella sua azione, o perché è stata per lungo tempo sostenuta dalla stessa amministrazione pubblica – cioè da noi – con specifiche convenzioni.

Si aggiunga al segno meno che anche il bilancio occupazionale, quello contributivo e quello relativo al risparmio e ai reinvestimenti non è mai tale da favorire economicamente la città ospitante; anzi, la presenza di simili attività farebbe pensare a una idrovora che succhia e porta altrove tutto ciò che nel tempo era appartenuto alla città e a chi ci vive. Ne è testimone la drammatica, storica crisi del piccolo commercio locale, che avviene non solo in forza delle dinamiche di mercato, ma col beneficio di una frequente, esplicita convergenza tra scelte politiche e medio-grande imprenditoria. Opportunità che sembrerebbe preclusa ai commercianti locali.

Da ultimo – ma in realtà dovrebbe essere la prima cosa – è necessario segnalare la crisi di fiducia alla quale l’Amministrazione Pubblica, che fa uso eccessivo di questa finanza di progetto, si espone in quanto ente efficiente. La domanda è: perché un Comune, nel pieno esercizio delle sue funzioni,  non dovrebbe essere in grado di accedere a risorse pubbliche messe a disposizione dallo Stato con determinati fini, quando invece a tali fondi riesce ad accedere l’ente concessionario, intercettando incentivi, ottimizzando i costi e incrementando le utenze in modo da estrarre il miglior esito dalla proposta in atto?

Sarebbe importante che il Comune intervenisse autonomamente, dato che, nei casi di finanza di progetto, il proponente non si limita al solo oggetto della sua specifica attività, ma  di fatto determina conseguenze sull’assetto urbano, sociale e ambientale; per ricondurre queste scelte nell’ambito di una opportuna oggettività occorre attivare con urgenza un’accorta ingegneria dei bisogni, secondo quanto affermato da Norberto Bobbio.

Le amministrazioni locali vi ricorrono sempre più di frequente da quando i provvedimenti del governo centrale hanno dichiarato l’autonomia finanziaria dell’ente locale, riducendo i trasferimenti e anzi costringendo l’ente locale a farsi esattore per conto pubblico.

La buona amministrazione però non è quella che sfrutta la mancanza di denaro per espropriare la città delle sue risorse, ma quella che valorizza le energie locali invece di trascurarle o addirittura deprimerle. Situazioni simili sono causa – secondo Oxfam – di un progressivo malessere della popolazione a fronte di una sempre più rastremata corporazione di intercettori delle risorse locali.

Ma la mancanza di finanze si può sempre colmare attivando i cittadini. Questo significa che se c’è da fare un passo, meglio che sia della lunghezza della gamba. I servizi, dice ancora Oxfam, vanno gestiti il più possibile vicino agli utenti cui sono destinati.

Non è difficile comprendere quanto i trascorsi governi nazionali fossero consapevoli che, riducendo i trasferimenti, avrebbero consentito processi di spoliazione di molte funzioni amministrative, a favore di un settore privato, elettoralmente garante e politicamente garantito.

Più difficile, ma quanto mai opportuno, è chiamarsi fuori da questa logica “fuori bilancio”, scegliendo i percorsi alternativi che, a ben vedere, esistono”.

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