La Senigallia medievale nell’edizione delle fonti dell’Abbazia di Sitria

La Senigallia medievale nell’edizione delle fonti dell’Abbazia di Sitria

SENIGALLIA – Sarà presentata a Senigallia, venerdì 7 giugno alle ore 17,30 presso la Biblioteca Comunale ‘Antonelliana’, l’edizione critica “Santa Maria di Sitria. Fonti scritte di un’abbazia romualdina sull’Appennino Umbro-marchigiano (1013 – 1390)”, curata da Ettore Baldetti e stampata dalle Arti Grafiche Editoriali (AGE) di Urbino, con un intervento del curatore sul tema: “La presenza sitriense nella storia religiosa e politico-economica di Senigallia, fra i secoli XII e XIV”.

Nella corposa introduzione si descrive infatti l’evoluzione dell’ente monastico umbro-marchigiano, dalla fondazione, ad opera del celebre monaco riformatore Romualdo da Ravenna sulle pendici del Monte Catria, all’interazione politico-religiosa con il Comune di Senigallia nel pieno medioevo, fino all’articolato periodo  avignonese-albornoziano e al predominio della signoria degli Atti dal 1390  al 1453,  seguita dalla secolarizzazione e dal trasferimento della sede amministrativa dei beni, estesi dall’Eugubino al Senigalliese, nel feudo abbaziale di Barbara sul finire del ‘400.

Le fonti scritte disperse e in parte ritrovate, confrontate e integrate con altra documentazione coeva, dimostrano infatti come Romualdo, ben introdotto nella corte imperiale, fosse stato ospitato dai cosiddetti ‘conti’ filo-imperiali, i quali da pochi decenni avevano espanso il loro potere dalle originarie sedi appenniniche  all’Osimano e al Senigalliese. Qui avevano posto sotto il proprio controllo l’altomedievale monastero di S. Gaudenzio, già sovrastante Borgo Bicchia, il quale, possedendo le sorgenti dell’acquedotto, il mulino e il castello cittadino di Senigallia, di fatto controllava il centro costiero.

Come si desume dal “Codice di San Gaudenzio”, nel 1106, dopo aver sostenuto la causa imperiale nella “lotta per le investiture” ed in particolare l’imperatore uscente e perdente Enrico IV, le famiglie ‘comitali’ decidono di concedere all’abbazia riformatrice di Sitria il controllo della vita spirituale dei monaci senigalliesi, mantenendo però la gestione dei beni anche tramite la nomina dell’abate.

Il baricentro degli interessi politico-religiosi dell’abbazia di Sitria, fruitrice altresì di donazioni di chiese e terre zonali, come il feudo di Barbara, si sposta quindi verso “la marina”. Agli inizi del Trecento, quando le suddette casate si erano estinte, approfittando della locale crisi economico-politica e demografico-vocazionale, connessa con la diffusione della malaria, gli abati appenninici annettono anche economicamente le proprietà di San Gaudenzio, trasformato ormai in una grande azienda agraria.

Nelle foto: carta filigranata del “Codice di San Gaudenzio”;  la chiesa di S. Gaudenzio nel codice cinquecentesco del Ridolfi; un attuale reperto

 

 

Ag – RIPRODUZIONE RISERVATA - www.laltrogiornale.it