Le acqueforti di Enzo Bellini esposte a Senigallia nello “SpazioArte” della Fondazione Arca

Le acqueforti di Enzo Bellini esposte a Senigallia nello “SpazioArte” della Fondazione Arca

di ANDREA CARNEVALI

SENIGALLIA –  La inquieta sensibilità e un gusto difficilmente appagabile hanno indotto Enzo Bellini (Santa Sofia 1932- 2015) ad accostarsi a quegli ambienti piemontesi. Egli matura nell’ambiente torinese un linguaggio artistico grazie alla vicinanza dei pittori Attilio Aloisi e Felix de’ Cavero da cui impara diverse tecniche espressive: la pittura, l’incisione, la grafica pubblicitaria e l’illustrazione. Egli ha compiuto una scelta rigorosa di fronte alla ricerca di rappresentazione della natura nelle sue opere: nella larga trama orizzontale di pianura e di cielo ha tessuto scarsi elementi verticali, uno o due alberi, per esaltare al massimo il senso della luce e dello spazio.

Bellini compie, grazie anche alla lezione di Antonio Fontanesi, una sapiente analisi del vero: egli semplifica le linee del terreno o del paesaggio perché il virtuosismo topografico non lo interessa. La sua posizione di fronte alla natura si può giustificare come una sorta di nostalgia del passato perché quel mondo da lui rappresentato non esiste più. Grazie alle sue doti grafiche (maniera e acquatinta), Bellini riesce a dare alle sue opere effetti pittorici di una certa intensità. Le acqueforti sono il frutto della ricerca di uno spirito colto, difficile ed intellettuale che osserva i modelli del passato perché spinto dal desiderio di perfezione e di emulazione, perciò sperimenta diverse tecniche esistenti per raggiungere il risultato finale. La vernice, che ricopre la lastra, non oppone nessuna resistenza alla punta d’acciaio.

Bellini ha insistito nelle prove di stampa e ha tentato di raggiungere con il metallo risultati sempre più perfetti, riproducendo la matrice incisa col bulino o con la puntasecca, e adottando morsure multiple nella ricerca di nuovi effetti tonali.

Le poche stampe esposte nello “SpazioArte” della Fondazione A.R.C.A. sono, dunque, sufficienti a comprendere lo stile e la poetica dell’artista e lo strumento tecnico: una luce intensa, in grado di stemperare la fisicità dei corpi per conferire la vitalità al tratto, più evocativo che sintetico, volto a scarnificare l’immagine, ormai priva di ogni valore plastico.

 

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