“Caro Riccardo Montesi non comprendiamo il suo entusiasmo per l’Unione dei Comuni”

“Caro Riccardo Montesi non comprendiamo il suo entusiasmo per l’Unione dei Comuni”

Lettera aperta dell’Associazione politico culturale montenovonostro dopo la presa di posizione del presidente del gruppo imprenditori della valle del Misa

“Caro Riccardo Montesi non comprendiamo il suo entusiasmo per l’Unione dei Comuni”OSTRA VETERE – Dall’Associazione politico culturale montenovonostro riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta indirizzata al presidente del Gio Riccardo Montesi. “Ci scuserà, signor presidente – vi si legge -, se le scriviamo pubblicamente, mentre avremmo potuto farlo anche in via riservata, cosa che contiamo comunque di fare prossimamente. Ma il fatto è che lei ha reso edotta tutta la stampa locale del suo pensiero, certamente del tutto legittimo sul piano personale, un po’ meno a nome della associazione che lei presiede.

“Stiamo parlando della sua presa di posizione in veste ufficiale e pubblica sul delicato argomento dell’Unione dei Comuni. Lei esprime, o meglio la sua associazione esprime attraverso lei, entusiastica adesione alla travolgente, improvvisa (e improvvida, per noi) decisione di una parte di alcuni dei Comuni interessati (o meglio, delle sole maggioranze politiche che li sorreggono, tutte di sinistra), mentre ci pare di capire che molte, se non tutte, le minoranze esprimono, se non propriamente avversione, quantomeno cautela. Il perché è già insito in questo: una decisione di tale portata non può, a nostro avviso, essere assunta da una sola parte politica che la impone in fretta e furia a tutte le altre.

Già questo dovrebbe essere sufficiente a lei, per arguire che qualche stonatura procedurale c’è stata. E non è solo una stonatura, bensì una forzatura e addirittura un atto di imperio, odioso già di per se. A maggior ragione se, accanto alle altisonanti proclamazioni gibilatorie, manchi come manca qualsiasi elemento di riscontro osservabile e concretamente valutabile. Ha ragione infatti lei, quando “consiglia prudenza nel giudicare con ottimismo l’attuale iniziativa denominata “Le Terre della Marca Senone” e se permettete, visto che nel territorio ci siamo anche noi imprenditori della manifattura, sarebbe più indicato “Valli della Marca Senone””.

Allora ci consenta una chiosa: non comprendiamo il convinto abbinamento binomiale fra “marca” e “senoni”. Non per essere pignoli, ma i due termini non hanno mai avuto alcun legame né etimologico, né giuridico, né storico, né culturale, e (ce lo consenta) nemmeno folcloristico. Se una iniziativa deve essere seria, lo sia anche nei nomi che si sceglie, o si rischia di cadere nel ridicolo e negli sfottò beffardi, come in effetti sta già accadendo.

Ma a parte questa digressione, rimane la sua determinatezza nel promuovere simile Unione, fino a bollare come “personalismi” e “campanilismi” quelli di coloro che non si allineano al pensiero unico. Non sappiamo perché lei si scagli contro i “personalismi” e intanto pratica il culto della personalità accoppiando al suo comunicato la sua immagine fotografica, cosa che non  facciamo noi che alleghiamo solo il simbolo della nostra associazione e non la foto di alcuno dei suoi referenti.

Odiamo le tante e troppe cadute di stile e di idee che ha consentito in questi ultimi decenni di deformare i partiti da ideologizzati a personalizzati, con l’iscrizione nel simbolo dei cognomi del “capo”. Roba da regime. Non da ultimo addirittura il neonato partito di sinistra che nel nuovissimo simbolo ha messo ieri il nome del suo nuovo “capo”: Grasso. Alla faccia dell’equidistanza e dell’equilibrio della sua professione di magistrato.

Sul tema del “campanilismo”, invece, tocca un tasto al quale siamo particolarmente sensibili, noi che a Montenovo custodiamo un culto tutto particolare per il nostro “campanile”, il più bello e il più alto di tutte le Marche, tanto che l’abbiamo rappresentato anche nel nostro simbolo, giallo oro come l’epoca d’oro vissuta da Montenovo fino a trent’anni fa.

E’ vero, siamo “campanilisti”, guai a chi ci tocca la nostra identità civile, sociale, culturale, storica e perfino produttiva, noi che fino a trentacinque anni fa eravamo il Comune più industrializzato delle due vallate, contavamo decine e decine di aziende metalmeccaniche e mobiliere, di laboratori di confezioni, di imprese edili e di trasporti, di imprese artigianali con centinaia di operai che venivano dai paesi vicini a lavorare da noi. Non ci vengono più. Non c’è più lavoro da noi. Hanno chiuso tante aziende, laboratori, imprese, artigiani perché, promettevano, avrebbero “cambiato” tutto. Infatti. Non c’è rimasto più niente o quasi, non c’è più nemmeno l’Ospedale che stava qui da almeno 700 anni, e nemmeno la RSA Residenza Sanitaria Assistita, non c’è più nemmeno l’Ufficio di Collocamento (tanto, a che serve ormai), non c’è più nemmeno la presidenza della Scuola Media e stanno sgonfiando anche il Comune, che abbiamo avuto libero e indipendente per almeno 900 anni. Ci hanno ridotto a smunta ombra di noi stessi in questi trent’anni di chiacchiere mirabolanti e risultati doloranti.

Tutto mentre promettevano “cambiamenti” fantasmagoricamente migliorativi all’insegna delle razionalizzazioni, velocizzazioni, migliorie, contenimenti dei costi e panzanate varie. Morale della favola, sono riusciti a regalare agli altri anche importanti impianti e servizi pubblici che avevamo fatti da soli a nostre spese e non sono più nostri: trasferiti gratis ad enti terzi, i cui amministratori nessuno di noi ha mai eletto, eppure vengono nelle nostre tasche a succhiarci le ultime risorse appioppandoci tariffe sempre più esorbitanti e insostenibili. E ancora continuano a predicare “cambiamenti”.

Come nella sanità, che da trentacinque anni è “cambiata” chissà quante volte, fra ULSS, USL, ASL, ASUR, Area Vasta e scempiaggini simili che, dopo averci demolito l’Ospedale, adesso aggrediscono anche quello di Senigallia. Tutte cose che hanno fatto gli stessi che, all’insegna del “cambiamento”, vorrebbero tentare un’ultima aggressione a quel po’ di autonomia che ancora ci rimane, concentrando i servizi a Senigallia e riducendoci a sperduta frazione anonima di “Senigallia la Grande”, all’avvento della quale anche lei esulta in coro: “Finalmente qualcosa si muove”. Per carità, faremo di tutto perché non si muova niente, perché sappiamo bene in che direzione si muoverà il nuovo carrozzone pensato a tavolino dal partito unico. Non siamo d’accordo. E l’abbiamo detto tante volte.

La troppa fretta di questa operazione è per noi la prova regina che si sta parando una nuova “tempesta” istituzionale, per sola bramosia politica di parte. Per tutti questi motivi noi siamo decisamente “campanilisti”, anche se per lei questo termine sembra acquisire un valore negativo, se non spregiativo. Non per noi. Sappiamo bene che non tutti possono avere le nostre stesse idee, ma ci spaventa la prepotenza di chi vorrebbe imporci le “sue” scelte e se non siamo d’accordo ci bolla spregiativamente come “campanilisti”. E sia, sopporteremo anche questa, dopo le tante e troppe che ci hanno fatto sopportare in trentacinque anni. Comunque meglio “campanilisti” che “fusi”.

E glielo spieghiamo con un altro esempio: lei guida una benemerita associazione cui anche noi riconosciamo grandi meriti. E’ fatta di tanti imprenditori che “tirano la carretta” sulla quale tanti di noi stanno comodamente seduti a godere il panorama, incuranti degli sforzi di chi si è messo coraggiosamente alla stanga. Noi che siamo per la libertà di impresa e a sostegno di tutte le piccole e medie realtà produttive, sappiamo quanto sia difficile guidare una azienda imprenditoriale, soprattutto in anni come questi, tutt’altro che facili: basta pensare a quante aziende si sono immolate sull’altare della recessione e della crisi, mentre governi parolai si occupavano tanto poco di lavoro e tanto troppo di inezie, se non nequizie. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Noi tuttavia cerchiamo di essere osservatori attenti dei fatti grandi della società e anche di quelli piccoli. Non ci sembra piccola cosa quello che è successo un anno fa con il referendum anticostituzionale, né che cosa è successo con il referendum fusionario e confusionario con Morro d’Alba. In tutte e due le occasione abbiamo dovuto rilevare con grave turbamento l’inopportuna scesa in campo a gamba tesa di due associazioni imprenditoriali: la Confindustria per il Sì al Referendum anticostituzionale e la CNA per il Sì al referendum fusionario tra Comuni.

A leggere i risultati, c’è da giudicare del tutto inopportune e controproducenti quelle due spendite di credibilità, sonoramente bocciate dai cittadini con grave sperpero di pubblico denaro e di demerito per promotori e sostenitori. Ora non ci troviamo ancora in presenza di un altro referendum, che secondo noi sarebbe invece necessario, per far esprimere liberamente e democraticamente i cittadini e i compaesani, senza forzature sbrigativiste e da avanguardisti, se accettare un nuovo Sì o votare decisamente No. Certo è che se si dovesse celebrare un nuovo referendum saremmo, come nelle due occasioni precedenti, ancora dalla parte del No.

Ma se sarà così, è proprio sicuro che la scesa in campo a gamba tesa del suo CIO non sortirà il medesimo risultato ottenuto in situazione analoghe da Confindustria e CNA? Perché mai lei pensa che l’azione della sua associazione posso essere impegnata in politica che, a palmi, dovrebbe essere l’ultima cosa da fare per una forza sì sociale, ma soprattutto economica, che non dovrebbe avere tra i suoi scopi statutari gli impegni di parte, tantomeno faziosamente di parte. Forse varrebbe la pena di rifletterci. In ogni caso noi a Montenovo avremo una prossima verifica a primavera, quando, oltre alle elezioni politiche anticipate, avremo anticipate anche le elezioni amministrative, con la fondata speranza che, come dice lei, “Finalmente qualcosa si muova”.

E se sarà così e dovessimo vincere le prossime elezioni, revocheremo ogni deliberazione sull’Unione dei Comuni nel frattempo eventualmente adottata e cercheremo di imporre un referendum che faccia respingere dal popolo un progetto nato male, prima che finisca peggio. Per questo ci stiamo impegnando a elaborare un serio programma amministrativo. E come ogni programma amministrativo avrà certamente anche elaborazioni politiche, fra cui anche quelle relative alle iniziative di sviluppo economico. Ma come siamo convinti che l’associazione degli imprenditori dovrebbe astenersi dal parteggiate fra opzioni politiche per scelte istituzionali (salvo ovviamente la libera espressione personale, che non può essere compressa in un sistema democratico, ma senza coinvolgere gli altri associati.

A proposito, lei li ha sentiti tutti e sono tutti d’accordo i suoi associati a volere l’Unione politica e istituzionale dei Comuni o si attestano invece su una posizione di maggior cautela, senza invade il campo della politica?), siamo altrettanto convinti che potranno collaborare con le amministrazioni comunali alla elaborazione di programmi di sviluppo economico del territorio, fuori dalle diatribe istituzionali e politiche, “da ognuno il suo” o “chi più ne ha, più ne metta”, proprio come dice lei. Perché “da ognuno il suo”, ma anche “a ognuno il suo”: la politica faccia politica, l’impresa faccia impresa. E tutti e due collaborino, ma fuori dalle forzature e dalle invasioni di campo. Sarebbe un po’ come se, cambiando i termini del problema, noi che faccia politica ci intromettessimo nella gestione delle vostre aziende e, presi da subitanea conversione al “cambiamento a tutti i costi” tanto caro alla sinistra (ma non tema, non succederà), pensassimo di proporre a tutte le aziende delle valli di unificare la gestione aziendale per rendere più grande il loro corpo produttivo, contare di più e ottenere fantasticate economie di scala: imprese del legno con imprese di pulizie, gommisti, parrucchiere, mobilifici e mobilieri, elettricisti e imprese turistiche, bombolai e pescatori, tutti insieme appassionatamente, magari amministrate attraverso un manager cinese, che fa tanto tendenza. Se facessimo una proposta simile ci prenderebbe per matti. E avrebbe anche ragione.

Eppure lei propone di unificare tanti Comuni diversi, con realtà diverse e talvolta difficilmente conciliabili, in un processo aggregativo mal definito e dalle dubbie risultanze, che sottrarrebbe strutture e servizi comunali concentrati poi in un unico coacervo la cui gestione escluderebbe perfino il controllo democratico dei rispettivi Consigli comunali ormai esautorati di poteri, competenze e funzioni. Le pare un’idea vincente? Per questo, avviandoci a concludere questa lunga argomentazione, le facciamo una proposta collaborativa: ci fissi un appuntamento, quanto e dove vuole, per discutere della parte del nostro programma amministrativo che tratterà, oltre a tanti altri campi e settori di interesse, anche quello dello “sviluppo economico” del territorio, che non può prescindere dalle competenti proposte della sua associazione, che ci fornirà indicazioni preziose delle quali faremo tesoro, se riusciremo a far tornare Montenovo alla condizione imprenditoriale di oltre un trentennio fa. Come speriamo vivamente noi e come, ne siamo convinti, certamente spera lei e il CIO”.

 

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