Il giallo storico nelle Marche: L’acqua tace, un libro di Pelagio D’Afro

Il giallo storico nelle Marche: L’acqua tace, un libro di Pelagio D’Afro

Il giallo storico nelle Marche: L’acqua tace, un libro di Pelagio D’Afro di LUCA RACHETTA

SENIGALLIA – Nel libro di Pelagio D’Afro (nome fittizio che riassume un’esperienza di scrittura collettiva portata avanti da Giuseppe D’Emilio, Roberto Fogliardi, Alessandro Papini e Arturo Fabra), il terzo ad entrare nel fondo del giallo che la Fondazione Rosellini ha dedicato agli autori della nostra regione, la marchigianità appare meno accentuata rispetto ai romanzi di Marcellini e Petrolati, nella misura in cui i presupposti prevalenti di L’acqua tace sembrano essere di matrice letteraria e storica, senza trascurare l’accurato lavoro di definizione della lingua del narratore e dei personaggi. La contestualizzazione, pur evidente, è dunque più sfumata, come anticipato apertamente dagli autori in una nota preliminare, nel nome delle esigenze di un romanzo giallo calato in un luogo e in un momento storico (l’Ancona di inizio secolo) descritti attentamente, ma, allo stesso tempo, rielaborati in chiave romanzesca (la Portonovo immaginaria di cui si parla nella suddetta nota introduttiva), con quella quota di invenzione e di fantasia che un’opera letteraria ospita e coltiva al proprio interno, finendo talvolta con il coccolarla, vezzeggiarla e compiacersi di essa.

Oltre la cala dove s’affaccia Santa Maria di Portonovo, dietro lo spuntone chiamato “la vela” per la sua forma triangolare, emergono due grossi frammenti di roccia che la montagna ha ricusato in epoche remote: le “due sorelle”. A chi giunga da Settentrione, per mare, o anche per terra lungo le sottili lingue di spiaggia che adornano le ultime pendici, esse appaiono come due zanne che escono dalle acque nella punta estrema della costa, là dove il Conero tocca il mare con il suo profilo a muso di babbuino“.

La ricostruzione del personaggio di D’Annunzio e di un’aristocrazia decadente e anacronistica, la gran messe di riferimenti storici, come, ad esempio, al “Lucifero”, rivista repubblicana stampata ad Ancona, all’antropologia lombrosiana o ai malesseri e alla diversa sensibilità delle classi sociali del periodo, sono calati nella vicenda e spiegati nel procedere del racconto, per facilitare al lettore la comprensione del contesto storico senza tuttavia appesantire la narrazione di digressioni esplicative alla Manzoni o alla Verne, conformemente agli orientamenti del giallo contemporaneo di ambientazione storica. Per questo il succo delle teorie di Lombroso, pur banalizzato e in forma di favoletta per gli incolti, è disciolto nelle parole rivolte dal commissario Francesco Maria Conti al suo subalterno Ciro Iaccarino, mentre a una nota, ma si tratta di un’eccezione, viene affidato il compito di giustificare la presenza del termine “commissario”, non ancora in uso in Italia all’inizio del Novecento.

Le dinamiche tra i due investigatori sono determinate da una simpatia reciproca che non viene inficiata dalla diversità, come se entrambi riuscissero a cogliere ciò che sta al di sotto delle rispettive maschere: da una parte l’intellettuale, tale anche a dispetto del dialetto partenopeo che gli borbotta dentro, il conservatore e garante dell’ordine costituito, dall’altra il progressista nemico dei privilegi e delle ingiustizie sociali: le coppie di investigatori, e non solo quelle (basti pensare a Don Chisciotte e  Sancho Panza), costruiscono spesso sulle antitesi la loro alchimia relazionale.

Proprio i registri espressivi che si scontrano nella lingua di Francesco Maria Conti, ossia il lessico e la retorica d’inizio Novecento nutriti di dannunzianesimo e le inclinazioni dialettali soffocate nel nome della lingua nazionale e della moda letteraria dell’epoca, sono le spie dell’indole del commissario e di tutta una stagione letteraria, che ricerca una nuova identità culturale e linguistica in modelli inadeguati in quanto arcaicizzanti e forzatamente eruditi, repertorio autoreferenziale ad uso e consumo della classe eletta dei dotti e degli altolocati.

Il ritrovamento del cadavere di una ragazza costituisce un inizio classico della storia. Il racconto segue i binari del giallo osservando e descrivendo dettagliatamente ambienti, atmosfere e natura degli uomini, vale a dire quanto il passeggero, l’autore prima e a seguire il lettore, scorge al di fuori del finestrino del treno su cui sta viaggiando verso una precisa direzione; un racconto, insomma, in cui il gusto del viaggio prevale sul pensiero della meta da raggiungere, ossia la soluzione del mistero.

Non manca, come nei gialli più problematici, una riflessione sul concetto di “giustizia”, nel momento in cui essa appare irraggiungibile nella sua forma più alta e assoluta:

Ciò di cui sto parlando ha più a che fare con il concetto di soddisfazione, ed è questo che ci si aspetta da noi: il nostro è un servizio sociale, mirato a che la gente pensi “giustizia è stata fatta” e resti a crogiolarsi in quest’illusione il più a lungo possibile. Capirai quindi che il nostro dovere non è tanto quello di fare giustizia, quanto quello di amministrarla. Il che implica la soddisfazione del maggior numero delle parti in gioco“.

La vera giustizia è inattingibile, dice il commissario Conti, ma una sua versione rassicurante e socialmente utile, seppur orientata, nel nome di una sorta di darwinismo sociale, al sacrificio di un capro espiatorio scelto tra gli individui più vulnerabili e impopolari, può essere costruita a tavolino e data in pasta alla comunità per garantirle la soddisfazione del bisogno di sentirsi, se non sicura, quanto meno tutelata e protetta.

Come nelle opere di Sciascia e di Dürrenmatt, il giallo assume una connotazione sui generis, che si qualifica come valore aggiunto anche per L’acqua tace di Pelagio D’Afro.

 

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