AREA MISACULTURAIN PRIMO PIANO

A Senigallia l’araldica comunale fa discutere

A Senigallia l'araldica comunale fa discutere

A Senigallia l’araldica comunale fa discutere

Verità del falso e falsità del vero nel momento in cui tanto si dibatte sugli stemmi pontifici in Piazza Garibaldi

A Senigallia l'araldica comunale fa discutere

di LEONARDO BADIOLI

SENIGALLIA – Date un’occhiata alla facciata del Palazzo comunale: sul fronton brisé della finestra che si trova a sinistra, sotto l’orologio, c’è uno stemma in pietra. Lo stemma comunale, si potrebbe pensare, sviati dal fatto che lo scudo porta un albero. Ma – fateci caso – non ci sono i leopardi; inoltre lo scudo è sormontato da un cappello vescovile o cardinalizio. Non è dunque lo stemma comunale, ma – se ci tenete a saperlo – quello del bolognese cardinale Cesare Facchinetti, vescovo di Senigallia dal 1644 al 1655. Era costui assessore del Sant’Uffizio (cioò è a dire dell’Inquisizione), considerato “uomo di zelo incomparabile nel governo delle sue chiese”. Vi lascio immaginare. Come arrivò il suo stemma sulla fronte del palazzo comunale è per me ancora da scoprire. Ma certo erano tempi in cui un vescovo riusciva a impeciare delle sue insegne il palazzo civico.
Del resto non avrei mai provato tanto interesse per l’armoriale del nostro comune se non mi avesse condotto lì il dibattito cresciuto in questi mesi intorno degli stemmi che il progetto della nuova pavimentazione piazza intende metterci sotto i piedi. Dibattito sulla lana caprina, se volete, ma importante come mettersi al collo una cravatta giusta oppure sbagliata.
L’encomiastica araldica è, tra gli elementi che fissano la memoria storica, uno dei meno permanenti: quando cade un regime tutti si sfogano nell’abbattere o cancellare i segni che lo ricordano. A Senigallia ne restano diverse tracce.
Per esempio, se siete ancora mentalmente in Piazza Roma, voltatevi a sinistra verso il palazzo Fagnani: vedete che lo stemma del marchese di Roncitelli non porta nessuna figura: si direbbe che sia stato acciecato. Anche di questo non conosco il motivo. Certo il nobile (d’acquisto: aveva comprato titolo e stemma nel diplomificio Farnese a Parma, come gli Antonelli del resto) matematico si era messo in urto con l’aristocrazia locale per certo caratteraccio che lui aveva e per qualche broglio che aveva combinato, tanto da riportarne anche condanne. Può essere però che lo scudo che si trova sopra il portale del Monte dei Paschi contenesse non l’emblema di famiglia, ma quello del Regno di Napoli, del quale il nostro era stato Console; nel qual caso se ne comprenderebbe meglio la cancellazione. I regni terreni finiscono, e a volte anche le banche.
Un altro esempio di stemmi acciecati lo avete sul fianco delle torri angolari della Rocca: si vede distintamente il vuoto scalpellato dell’arma roveresca.
Ma armiamoci di coraggio e andiamo a vedere l’araldica di Piazza Garibaldi. Mille furono i seguaci dell’eroe dei due mondi da Quarto al Volturno e mille le firme che chiedono non vengano apposti gli stemmi dei due papi, del nostro concittadino e dell’altro bolognese Lambertini, sul pavimento rifatto della piazza. Ecco come una scienza mezzo morta come l’araldica ritorna in vita con rinnovato vigore. Personalmente ho condiviso l’appello; ma alle considerazioni dei promotori vorrei aggiungere un pensiero mio di diverso versante, per rispetto delle figure che nella piazza si vogliono celebrate: gli stemmi non si mettono sotto i piedi, e non c’è oltraggio peggiore che camminarci sopra. E’ questo del pavimento stemmato un vizio che si diffonde come uno stilema della città mangialardica: abbiamo già la quercia in doppia decusse dei Duchi della Rovere. Uno stemma per terra è una contraddizione, sarebbe come appendere prosciutti sulla volta dipinta di un palazzo settecentesco (lo hanno fatto, per questo lo dico).
In Piazza del Duomo (134 anni dopo la morte di Garibaldi e 138 dopo quella del cittadino Mastai) Pio IX non aveva bisogno di nessuna rivincita sull’ateo dalla camicia rossa, dal momento che nella piazza ci sono già insegne autentiche che celebrano la presenza del papa nella sua città.
C’è poi un altro stemma interessante nella piazza della contesa, che si trova sopra l’ingresso dell’episcopio: non quella del buon vescovo Manenti, nuovo principe pastore dai simboli puliti e bonaccioni, ma quello di Bernardino Honorati, fatto di stelle e onde. Questo illustre signore, jesino di nascita, diventato vescovo di Senigallia – il che sarebbe come noi andare al mare a Jesi – fu costruttore dell’attuale cattedrale, non della facciata che si intesta al Mastai, e dell’episcopio, appunto; la sorella Gentilina in Castracani costruì poi il palazzo che successivamente accolse il Collegio dei Gesuiti e il Ginnasio Pio, ed è attualmente occupato dai Vigili Urbani. Non roba da poco. Ma una macchia imbratta la memoria del vescovo jesino: non volle edificare l’ultima tratta dei Portici. Lasciò il compito all’emerito Orlandoni. Rifiuto o preveggenza?
Vedete bene, cari lettori, come il presente si riempie di senso; vendette differite e inautenticità si sposano nel nuovo kitch urbano. Falsità del vero e verità del falso. Ma il kitch è divertente quando è proposto come tale: quando è preso sul serio è francamente penoso.

Ora, se ogni anno facciamo il Summer Jamboree, perché non dovremmo fare una piazza finta? E’ il senso della nuova città replicante: conosco l’antico solo quando diventa doppio. E mi chiedo: è per fare questo che abbiamo chiamato Cervellati?
Un ultimo avviso a proposito di replicanti. Una volta lessi un appello che veniva da un signore aderente alla Liga Veneta che si proclamava contro l’Italia unita e a favore degli stati regionali dell’ancien régime: chiedeva che fosse eretta, insieme a quella dei Borbone e del Granduca di Toscana, anche una statua di Pio IX. “Non state lì a buttare via i soldi” – ricordo che gli scrissi – : “di statue dell’ultimo papa-re a Senigallia già ne abbiamo tante. Non chiediamo niente. Basta che ci coprite delle spese della spedizione”.

Nelle foto: una vecchia immagine del Palazzo della Filanda ed il progetto di Piazza Garibaldi con, in primo piano, gli stemmi pontifici

Ag – RIPRODUZIONE RISERVATA - www.laltrogiornale.it